Esce di casa come una furia, tira due calci a un cartone, sbatte il cancello: «Fuera!». La vicina avverte: «Stai attento, ha dei problemi». Ma chi è? «Javier, abita qui e quando è su di giri è meglio andarsene». Javier abita cioè nella casetta dove è nato e cresciuto Maradona che uno immagina essere una sorta di santuario, considerato che si tratta di un luogo storico nazionale ma soprattutto considerate l’importanza del calcio per il popolo argentino e la venerazione del campione a Buenos Aires e non solo: « Diego el Dios », « Diego el genio », « Diego el sueño ».  Fra urla e minacce Javier chiede ventimila pesos per guardare dalla strada la «casa de Dios» che però sembra in stato di abbandono. La casa, la via, il quartiere. È un po’ tutta Villa Fiorito , poverissima periferia della capitale, segnata dal degrado e da una palpabile fatica di vivere. Accanto a gente che lavora duramente per la pagnotta girano spacciatori, ladri e millantatori che in cambio di qualche migliaio di pesos inventano storie sul loro campione. « Acá nadie dice la verdad », qui mentono tutti, mette in guardia Pirucha che è la storica vicina dei Maradona . Pirucha ha perso un fratello, il Choco, amico e compagno di squadra di quel Diego Armando che qui era per tutti il Pelusa: « Lo mataron ». Dice che è stato ucciso tanti anni fa e non è il solo ad aver fatto una brutta fine da queste parti. Ne sa qualcosa l’altro confinante dei Maradona, Vaquita, che giocava con il Pelusa e il Choco nella squadretta di calle Azamor e abita ancora qui, dietro una rete di ferro. «Di Vaquita puoi fidarti, lui sa tante cose», garantisce la sorella del Pibe de oro, Rita , che a Fiorito non mette piede da tempo ma lo conosce bene. Si tratta di Norberto Fernández detto Vaquita, il portiere, che dopo qualche insistenza accetta di parlarci. È uno spilungone dagli occhi buoni, ha 64 anni, pochi denti e fa l’autista per una ditta privata. «Eravamo otto amici, sei in campo, due in panchina — racconta — Gli avversari erano i ragazzini degli altri quartieri di Fiorito». Vaquita snocciola la formazione contando i nomi sulle dita: «Io, Choco, Bombolito, Gustavo, Rata, Moro, Chicho e Pelusa. Sono andati tutti al Creatore: Choco assassinato, Bombolito è morto di polmonite, altri di droga. Non avevano cento anni, era gente della mia età. Questo è un posto duro quando diventi grande, da piccoli invece ci divertivamo».  Quando pensa agli anni belli sorride: «Col Pelusa vincevamo quasi sempre, anche contro ragazzi di 15 anni e noi ne avevamo 12. Nessuno riusciva a fermarlo». Il ricordo vola alle serpentine del Pelusa: «Mi veniva vicino, “Dammela, Vaquita”, gli passavo la palla, partiva e faceva quello che voleva senza mai perderla. Gli davano un sacco di calci ma lui ce l’aveva incollata ai piedi. Hai presente il gol del siglo all’Inghilterra? Per noi non è stata una novità, lo faceva sempre da piccolo». Lui ci ha giocato fino ai 14 anni. Poi Pelusa è diventato Maradona e sono arrivati fama e soldi . La famiglia se n’è andata dalle due stanze con bagno esterno di Fiorito per un appartamento di 700 metri quadri con piscina a Villa Devoto. Al paesello c’è chi dice che da allora Diego abbia fatto ben poco per la sua terra. Uno di questi è José Zalazar che abita non molto distante e passa per essere il primo allenatore di Diego. Zalazar cammina come chi non vede l’ora di sedersi e vive in una stanzetta che parla solo di calcio, del Pibe e di trofei. Da una tenda esce una donna che si siede con noi. È Norma, la moglie, impegnata come lui con i bambini di Fiorito che giocano a pallone. «Vedi quella foto, Pelusa ragazzino con l’Estrella Roja… Lui era già un fenomeno. Bisogna dire che ha avuto anche un bravissimo padre, lo seguiva molto. Don Diego faceva l’operaio con il mio alla Tritumol. In fabbrica i colleghi facevano le collette per aiutarlo nelle spese di Pelusa… Mi spiace che poi la famiglia si sia un po’ dimenticata di noi, di questi nostri bambini… sono centinaia e tanti non hanno nemmeno le scarpe. Tu puoi darci qualcosa?». Vaquita non ci sta: «Zalazar allenatore di Pelusa? Mah! Comunque non è vero che non ha aiutato. Con me l’ha fatto e anche troppo devo dire». In che senso? «Quando andavo a trovarlo in campagna mi diceva di prendere tutto quello che volevo. Poi mi tirava un rotolo di dollari, “tieni”. Li ho sempre rifiutati e una volta gliel’ho detto chiaro: Pelusa, noi siamo fratelli, sai dove te lo puoi mettere questo rotolino? Tu hai il tuo lavoro e io ho il mio, non sono un mendicante. “Ma ti prendi una macchina nuova”. “Non la voglio”. Ho accettato solo quando ha voluto pagare il funerale della mia bambina che è morta a 5 anni. Le ha fatto la bara migliore che c’era».  Quando Maradona giocava al Boca Juniors e tornava a Villa Fiorito veniva preso d’assalto dai ragazzi e dai padri. «Diceva: andate a comprare birra e vino per tutti e se qualcuno vuole altro comprate anche quello. A volte tornava per Mari, la fidanzatina che Doña Tota (la madre) non voleva in casa forse perché lo distraeva dal pallone». Poi sono arrivati i tempi bui, la droga, la malattia. «Un giorno volevo vederlo per capirne di più e andai da lui in campagna, a Castelar. C’era una delle sorelle che mi disse: “Vaquita, lascia perdere, Pelusa è di là con quattro amici e quella porcheria”. Andai lo stesso, lui era lì con gli altri: “Che vuoi, Vaca?”. “Ti voglio fare una domanda, Pelusa: perché ti rovini così?”. Non dimenticherò mai le sue parole: “Vaca, io scambierei un anno dei miei con un giorno dei tuoi. Non sono padrone della mia vita, la fama non mi lascia vivere. Se voglio andare a Mar del Plata devo affittare tutta la spiaggia per stare tranquillo, se torno a casa devo organizzare la sicurezza, preparare il percorso, avere le auto che mi accompagnano. Vaquita, io non sono libero”». Una volta è tornato a Fiorito con sua moglie Claudia: «Lei mi disse: “Gli stiamo limitando i soldi perché spende troppo. Vuole che compri una macchina all’amante, pensa te. Ti sembra normale che la moglie compri la macchina all’amante?” non stava bene».  Gli chiediamo cosa gli direbbe se lo potesse rivedere. Vaquita sospira: «Lo abbraccerei e gli chiederei perché non mi ha chiesto aiuto...». Si ferma, guarda altrove, gli occhi si inumidiscono. A Villa Fiorito si è fatto sera, le stradine si popolano di ombre e di cani randagi. Javier continua a presidiare a modo suo la casa di Maradona girando con la bicicletta mentre dalla porta d’ingresso esce una donna con un catino in mano. «È la sua compagna, vive anche lei qui, Javier è il figlio della signora che faceva le pulizie nella grande villa dei Maradona. Prima c’erano anche i suoi genitori che raccoglievano cartoni e adesso c’è lui che non vuole più andarsene».  Più in là José Zalazar cammina col suo passo incerto verso il campo dell’Estrella mentre davanti a un capannone si forma una fila di persone con una ciotola in mano. Vanno da Maria che dà un piatto caldo a chi non può permetterselo: «Nessuno escluso». Lavora per la ong «Sal de la tierra» di padre Leo che a casa Maradona ci va spesso: «Chiedendo il permesso a Javier. Vado con i bambini, si divertono un mondo». Sul muro c’è un solo gagliardetto: quello del Napoli. «Lì si sentiva amato anche quando c’era di mezzo la droga — ricorda Vaquita — Diceva che oramai in Italia lo volevano solo i napoletani». Del Pelusa e degli otto amici di Villa Fiorito resta solo la polvere. E la leggenda.