DALLA NOSTRA INVIATA SQUINZANO (LECCE) - A un certo punto, sul sagrato, c’è un tale silenzio che pare di sentire i cuori di questi due poveri genitori andare in frantumi. Sono arrivati in chiesa alle dieci del mattino, Antonietta e Franco. E adesso che sono passate le sei del pomeriggio e se ne vanno, sotto il sole sfacciato di questa giornata di una tristezza senza eguali, sembrano infinitamente più vecchi di quando sono entrati. È il giorno dell’addio a Lorena, la loro figlia adorata. Camera ardente e funerali nella parrocchia Maria Regina di Squinzano, il paese dove vivono e dove lei è nata, in provincia di Lecce. Lorena - lo ricordiamo ai pochi che non lo sapessero - è Lorena Isceri , 45 anni. Settimana scorsa il suo volto luminoso è comparso nella vita di tutti noi dallo schermo della tivù o dall’immagine dei giornali e dei social. Titolo: tramortita, sequestrata e buttata giù dal cavalcavia dell’A1 , a Barberino del Mugello. Cosa fare contro i femminicidi: le proposte dei lettori Che poi. Come se tutto ciò non fosse già troppo, a questa storiaccia va aggiunto l’orrore che si fatica perfino a immaginare. E cioè lei che, legata e caricata nel bagagliaio dell’auto di lui, riesce in qualche modo ad afferrare il telefonino e chiamare la polizia ; 19 minuti di telefonata e di sgomento che diventano una corsa contro il tempo per rintracciare l’auto e provare a salvarla. Tutto inutile. Lui (Federico Vella, 36 anni) è malvagio e veloce, mosso com’è dal rancore e dalla furia cieca per essere stato lasciato. Come aveva osato, quella donna, abbandonare l’uomo che l’amava così tanto? Alla fine lo rintracciano, sì. In tempo per vederlo lanciarsi nel vuoto dallo stesso punto da cui aveva scaraventato giù Lorena. La scena mai vista di lei che chiede aiuto, disperata, dal buio di quel bagagliaio è qui, dentro e fuori dalla chiesa, è nelle parole ed è nella mente di chi è venuto a salutarla un’ultima volta. Una barbarie, quella toccata a questa donna, che fa scrivere a don Vanni Bisconti un’omelia di impronta femminista. Dopo aver detto alla famiglia di Lorena «voi non siete soli», dopo aver detto a tutti: «Vorremmo, se fosse possibile, prenderci un pezzo del dolore di questa famiglia» , il don è passato al cuore del suo discorso. La sua voce scandiva bene le parole mentre diceva: «Quello che è accaduto non possiamo liquidarlo semplicemente come il gesto di un folle. Dobbiamo avere il coraggio di domandarci: quale idea dell’amore stiamo infondendo nei nostri ragazzi e ragazze? Perché c’è una differenza abissale fra l’amore e il possesso, fra l’amore e il controllo, fra l’amore e la gelosia, fra l’amore e la pretesa, fra l’amore e il diritto di decidere della vita di un altro. E dobbiamo dirlo con chiarezza, soprattutto ai giovani: se una persona dice no, quel no va rispettato . Se decide di non continuare la relazione non ti sta togliendo qualcosa che ti appartiene, perché l’altro non ci appartiene. Chi amiamo non è proprietà nostra, non un oggetto che possiamo possedere». Il contrario i tutto questo per don Bisconti è il Vangelo che «ci mette davanti un’idea d’amore completamente diversa. Gesù non dice ti prendo la vita perché sei mio, dice: io do la vita perché tu viva». E infine l’invito a non chiudere gli occhi : «Non possiamo far finta che intorno ai nostri ragazzi — che poi diventano giovani e poi uomini — non stiano circolando messaggi che mischiano fra loro amore, possesso, gelosia, passione, interesse, dipendenza... A volte diciamo: sono ragazzi, passerà. No, non sempre passa ». Mentre lui parla Antonietta stringe un orsacchiotto di peluche che è stato di Lorena bambina . «Lo teneva sempre con sé» ha ripetuto nelle ore della camera ardente a chi le ha stretto le mani costringendola a lasciarlo un momento sulla panca. « Speriamo sia l’ultima», è stata la sua risposta a una donna che le prometteva: faremo di Lorena un simbolo contro la violenza sulle donne. Suo marito si sarà alzato cento volte per andare a baciare la fotografia della figlia appoggiata sulla bara bianca. Bianca con un cuscino di anturii rossi. Tutta Squinzano è rossa, in questa giornata di lacrime, abbracci e applausi. Migliaia di nastrini, coccarde, palloncini, teli e lenzuola rossi adornano cancelli, alberi, porte, finestre, cassette della posta, specchietti retrovisori, pali elettrici... Qualche signora ha le scarpe rosse , qualcuna una traccia di rossetto sulla guancia. Quasi tutti portano addosso un fiocchetto rosso sul petto. Dieci, cento, mille omaggi rossi per Lorena . Che c’è. Con la sua assenza.
Lorena Isceri, l'ultimo saluto e l’omelia sull’amore: «Accettate i no, l’altro non è un nostro possesso». Lo strazio dei genitori: «Speriamo sia l’ultima»
DALLA NOSTRA INVIATA SQUINZANO (LECCE) - A un certo punto, sul sagrato, c’è un tale silenzio che pare di sentire i cuori di questi due poveri genitori andare in frantumi. Sono arrivati in chiesa alle dieci del mattino, Antonietta e Franco. E adesso che sono passate le sei del pomeriggio e se ne vanno, sotto il sole sfacciato di questa giornata di una tristezza senza eguali, sembrano infinitamente più vecchi di quando sono entrati. È il giorno dell’addio a Lorena, la loro figlia adorata. Camera ardente e funerali nella parrocchia Maria Regina di Squinzano, il paese dove vivono e dove lei è nata, in provincia di Lecce. Lorena - lo ricordiamo ai pochi che non lo sapessero - è Lorena Isceri , 45 anni. Settimana scorsa il suo volto luminoso è comparso nella vita di tutti noi dallo schermo della tivù o dall’immagine dei giornali e dei social. Titolo: tramortita, sequestrata e buttata giù dal cavalcavia dell’A1 , a Barberino del Mugello. Cosa fare contro i femminicidi: le proposte dei lettori Che poi. Come se tutto ciò non fosse già troppo, a questa storiaccia va aggiunto l’orrore che si fatica perfino a immaginare. E cioè lei che, legata e caricata nel bagagliaio dell’auto di lui, riesce in qualche modo ad afferrare il telefonino e chiamare la polizia ; 19 minuti di telefonata e di sgomento che diventano una corsa contro il tempo per rintracciare l’auto e provare a salvarla. Tutto inutile. Lui (Federico Vella, 36 anni) è malvagio e veloce, mosso com’è dal rancore e dalla furia cieca per essere stato lasciato. Come aveva osato, quella donna, abbandonare l’uomo che l’amava così tanto? Alla fine lo rintracciano, sì. In tempo per vederlo lanciarsi nel vuoto dallo stesso punto da cui aveva scaraventato giù Lorena. La scena mai vista di lei che chiede aiuto, disperata, dal buio di quel bagagliaio è qui, dentro e fuori dalla chiesa, è nelle parole ed è nella mente di chi è venuto a salutarla un’ultima volta. Una barbarie, quella toccata a questa donna, che fa scrivere a don Vanni Bisconti un’omelia di impronta femminista. Dopo aver detto alla famiglia di Lorena «voi non siete soli», dopo aver detto a tutti: «Vorremmo, se fosse possibile, prenderci un pezzo del dolore di questa famiglia» , il don è passato al cuore del suo discorso. La sua voce scandiva bene le parole mentre diceva: «Quello che è accaduto non possiamo liquidarlo semplicemente come il gesto di un folle. Dobbiamo avere il coraggio di domandarci: quale idea dell’amore stiamo infondendo nei nostri ragazzi e ragazze? Perché c’è una differenza abissale fra l’amore e il possesso, fra l’amore e il controllo, fra l’amore e la gelosia, fra l’amore e la pretesa, fra l’amore e il diritto di decidere della vita di un altro. E dobbiamo dirlo con chiarezza, soprattutto ai giovani: se una persona dice no, quel no va rispettato . Se decide di non continuare la relazione non ti sta togliendo qualcosa che ti appartiene, perché l’altro non ci appartiene. Chi amiamo non è proprietà nostra, non un oggetto che possiamo possedere». Il contrario i tutto questo per don Bisconti è il Vangelo che «ci mette davanti un’idea d’amore completamente diversa. Gesù non dice ti prendo la vita perché sei mio, dice: io do la vita perché tu viva». E infine l’invito a non chiudere gli occhi : «Non possiamo far finta che intorno ai nostri ragazzi — che poi diventano giovani e poi uomini — non stiano circolando messaggi che mischiano fra loro amore, possesso, gelosia, passione, interesse, dipendenza... A volte diciamo: sono ragazzi, passerà. No, non sempre passa ». Mentre lui parla Antonietta stringe un orsacchiotto di peluche che è stato di Lorena bambina . «Lo teneva sempre con sé» ha ripetuto nelle ore della camera ardente a chi le ha stretto le mani costringendola a lasciarlo un momento sulla panca. « Speriamo sia l’ultima», è stata la sua risposta a una donna che le prometteva: faremo di Lorena un simbolo contro la violenza sulle donne. Suo marito si sarà alzato cento volte per andare a baciare la fotografia della figlia appoggiata sulla bara bianca. Bianca con un cuscino di anturii rossi. Tutta Squinzano è rossa, in questa giornata di lacrime, abbracci e applausi. Migliaia di nastrini, coccarde, palloncini, teli e lenzuola rossi adornano cancelli, alberi, porte, finestre, cassette della posta, specchietti retrovisori, pali elettrici... Qualche signora ha le scarpe rosse , qualcuna una traccia di rossetto sulla guancia. Quasi tutti portano addosso un fiocchetto rosso sul petto. Dieci, cento, mille omaggi rossi per Lorena . Che c’è. Con la sua assenza.

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