Un anno dopo l’addio a re Giorgio. Un anno dopo le lunghe code assurdamente eleganti in via Bergognone, a Milano, lungo le quali lo stile Armani veniva interpretato in silenzio dalla gente comune, accorsa per l’ultimo saluto. Un anno dopo la stanza delle lanterne, dove a turno venivano raccolti gli omaggi di famosi e (soprattutto) per nulla famosi. Un anno dopo, ecco la voce di Giorgio Armani , registrata da un cellulare posato a distanza su un tavolo durante la sua ultima vera intervista. Il grande stilista, imprenditore e visionario muore il 4 settembre 2025, a 91 anni. La conversazione con Aldo Cazzullo e Paola Pollo era avvenuta undici mesi prima: esce sul Corriere della Sera il 13 ottobre 2024.  Ampia ed emozionante, è un documento eccezionale, rivela tante cose, di vita pubblica e privatissima. Ma ora la versione audio di quell’incontro ci appare — risuona — ancora più rivelatrice. All’inizio, mentre la ascoltiamo, la voce restituisce un Armani guardingo, che misura le risposte, aspetta prima di cominciare le frasi, riflette su quale traccia resterà delle sue parole. Sa, non può non averci pensato, che è un’occasione preziosa per affidare una parte di sé meno conosciuta a chi poi la consegnerà «fuori» e per sempre. Poi, minuto dopo minuto, qualcosa si scioglie, come un muscolo trattenuto che lentamente si lascia andare. Ride, non si ritrae se incalzato, si prende (quanto basta, un minimo) in giro. È come se il ricordo stesso, che Aldo Cazzullo sollecita prima e assai più di qualunque commento sulla moda, gli restituisse energia. C’è una parola che descrive quanto una voce porta con sé oltre le parole: la grana — il corpo che si sente dentro il suono, non ripulito, «non filtrato» ( Le grain de la voix , scrisse Roland Barthes). La voce offre durata, perché non è l’istante fissato nel perimetro di una fotografia: è un tempo che si dispiega e che, dispiegandosi, restituisce appieno la presenza. La persona. Fisicità, esitazione, respiro.  E allora entriamo nella stanza del podcast, cioè in questo caso nell’ufficio del maestro. Paola Pollo — la nostra prima firma della moda che lo conosce da decenni attraverso una sequenza infinita di sfilate e incroci nel backstage, colloqui e viaggi — descrive Giorgio Armani vestito di blu, quella mattina autunnale, molto gentile, incuriosito. Forse non sa che cosa aspettarsi da Cazzullo, il più potente tra gli intervistatori dei giornali italiani (parentesi: nel podcast troverete anche un paio di consigli su come alternare le domande, quelle facili e quelle critiche, per planare dolcemente verso gli snodi segreti di ogni storia umana), e non vuole farsi prendere alla sprovvista. Succederà? Potrete giudicare direttamente, seguendo il lungo scambio. Sta di fatto che, dopo un vibrante «intanto vorrei sapere chi gliel’ha detto…», il signor Armani inquadra il suo primo sentimento d’amore. «Inquadra» perché descrive la scena.  Di lui ragazzino, un pomeriggio alle colonie, preso da un’attrazione che neppure sa decifrare per il giovane uomo responsabile del gruppo dei bambini. Il primo palpito, «bello eh, bellissimo». E poi di nuovo «inquadra», come in una successiva scena cinematografica, la prima volta che incrocia lo sguardo con l’irresistibile «sorriso toscano» di Sergio Galeotti. Non alla Capannina, «vicino alla Capannina»: «Mi piacque subito». Qui proromperà, tra le risposte, tutta l’esperienza del dolore per la malattia di quel suo compagno degli inizi, quando insieme gettarono le basi del sogno. Basta fermarsi su come Armani pronuncia l’aggettivo «fortissimo» richiamando un dolore mai spento. Tagliente nel giudizio sugli altri stilisti, ma, a 90 anni, senza più trasporto, viene da dire sentendolo. Trasparente sulla fede in Dio: non dissimula l’incertezza e lo fa, lievemente giocoso, svelando di ripetere il segno della croce «quattro o cinque volte» prima di addormentarsi, sperando che una sia giusta.  Aldo avverte, quella mattina piovosa a Milano, che re Giorgio, il signor Armani, «sente la necessità di raccontare prima di andarsene». Ed è prima di andarsene che — congedando gli ospiti sulla soglia della sede in via Bergognone — porge a Paola il suo testamento, in un gesto. Le indica il cuore, e adesso, sì, quasi sussurra: «È lì che io voglio colpire».