A Nicolò Sabbatini, in realtà, il paracadute non bastava. Lo aveva già provato a diciott’anni e ricorda bene la sensazione del salto da cinquemila metri, l’aria addosso e il vuoto sotto, ma per uno come lui, che dice di avere sempre cercato l’adrenalina, mancava qualcosa. «Quando ti butti da cinquemila metri non hai punti di riferimento», racconta. La terra è troppo lontana per dare la sensazione di qualcosa che ti viene incontro e per questo avrebbe voluto provare il bungee jumping. Aveva già prenotato tutto in Abruzzo, ma a quel salto non è mai arrivato: il 4 luglio 2021 un incidente in moto gli ha procurato una lesione del midollo spinale e da allora Nicolò vive in carrozzina.  Quando, tempo dopo, ha visto il video di un lancio con il paracadute possibile anche per una persona paraplegica , non ha avuto molti dubbi: «Ho detto: va bene, ci vado anch’io». E si è buttato. Per capire la storia di Nicolò, 35 anni, marchigiano di Ostra Vetere (in provincia di Ancona), forse bisogna cominciare proprio da quel salto, prima ancora che dall’incidente o dal neurostimolatore che oggi gli consente di tornare in piedi. Anche molti degli amici sono quelli di prima, sebbene nel frattempo qualcuno si sia sposato e abbia avuto figli. Nicolò sostiene che una cosa, soprattutto, non sia cambiata: il modo in cui affronta ciò che decide di fare. «Prima come ora, la testa è rimasta sempre quella. Se devo fare qualcosa, lo faccio e basta. Non è che sto lì a pensare molto ». Valeva anche per le moto, una passione cominciata con un motard che portava in pista e proseguita attraverso diversi modelli, fino alla BMW S 1000 RR. Il 4 luglio 2021 Nicolò è in giro in moto con alcuni conoscenti vicino a Fabriano, nelle Marche. Di ciò che accade non conserva alcun ricordo e ha dovuto farselo raccontare dagli altri: affronta una curva, perde il controllo della moto e finisce contro un albero al bordo della strada. «Non andavo neanche estremamente forte. È stata sfortuna», dice. Poi condensa l’incidente in una frase: «Si è spezzata la pianta e si è spezzata la mia schiena» . Perde la memoria per circa ventiquattr’ore e rimane in coma per un mese, ricoverato nella terapia intensiva dell’ospedale regionale di Torrette, ad Ancona, dove era stato trasportato e operato dopo l’incidente. Per Sergio, Maria Cristina e Matilde comincia così un’attesa lunga un mese, mentre Nicolò rimane sospeso in uno stato del quale, al risveglio, racconterà di avere conservato un ricordo sorprendentemente preciso. Di quel mese Nicolò ricorda quello che definisce «un sogno infinito», nel quale parlava con persone conosciute, banchettava e si muoveva tranquillamente. A un certo punto si ritrova davanti a una porta dalla quale non vuole uscire, perché ha la sensazione che dall’altra parte ci siano due mostri pronti a impedirgli il passaggio. Alla fine decide di attraversarla, apre la porta, vede una grande luce e si ritrova nella piazza del suo paese. È allora che si sveglia dal coma, nella terapia intensiva dell’ospedale. Dopo il trasferimento all’Unità spinale di Ancona, durante il periodo delle restrizioni per il Covid , comincia la parte del suo percorso che ancora oggi ricorda con maggiore amarezza. «Sono stato in un posto che non auguro neanche al mio peggior nemico», dice, definendo quell’esperienza «una cosa terribile» . Nicolò sostiene di essere uscito da lì con ulteriori problemi, alcuni dei quali hanno continuato ad accompagnarlo negli anni successivi, e soprattutto racconta di non avere ricevuto gli strumenti che si sarebbe aspettato per imparare ad affrontare la nuova condizione: «Non mi hanno insegnato minimamente come vivere questa vita». Anche la consapevolezza che sarebbe rimasto in carrozzina, ricorda, non arrivò attraverso una comunicazione esplicita: «Non mi hanno detto: “Guarda, rimarrai su una sedia a rotelle”. L’avevo capito da solo». Le restrizioni rendono ancora più difficile quel periodo, limitando anche la presenza dei familiari. All’inizio di dicembre 2021 Nicolò decide di lasciare l’ospedale e tornare a casa, ma una piaga lo costringe poco dopo a un nuovo ricovero e a un intervento al Montecatone Rehabilitation Institute di Montecatone, da dove viene dimesso alla fine di maggio 2022. È da quel momento, dice, che comincia davvero «a riprendere la mia vita in mano». Tornare significa anche ritrovare la famiglia, dentro una quotidianità che deve essere ricostruita attorno a condizioni completamente nuove. Nicolò compra un’auto, recupera progressivamente l’autonomia e torna a uscire con gli amici . La riabilitazione fisica la porta avanti in gran parte autonomamente, seguendo quell’abitudine all’allenamento che aveva già prima dell’incidente.  Ma sarebbe sbagliato trasformare tutto questo in un racconto senza cadute. Dice di avere attraversato «moltissimi» momenti di scoraggiamento , soprattutto perché qualsiasi attività che prima sarebbe stata semplice si presenta adesso accompagnata da un problema da risolvere. «Ogni volta che voglio fare qualcosa sento un ostacolo enorme davanti che devo girare attorno o superare o distruggerlo». Una calcificazione gli provoca, tra l’altro, problemi di postura che rendono difficile persino entrare nel monosci e guidarlo e che lo hanno costretto a un altro intervento. «Non è mai andata una cosa dritta da quel 4 luglio, mai», racconta . Eppure, aggiunge subito dopo, «sono sempre arrivato da qualche parte, bene o male, con difficoltà enormi». Arrivare «da qualche parte» ha significato anche cercare di recuperare ciò che dell’esistenza precedente poteva ancora appartenergli, magari in una forma diversa. Nicolò si è rimesso sugli sci con il monosci ed è tornato perfino in pista su una moto grazie a un corso dell’associazione Diversamente Disabili , che utilizza mezzi adattati e un’assistenza specifica nelle fasi di partenza e di arresto. Ha seguito soltanto una giornata perché proseguire avrebbe richiesto un impegno difficilmente conciliabile con il lavoro e con il tempo da trascorrere lontano da casa, ma la passione non è scomparsa: ogni anno va a Misano a vedere la Superbike o la MotoGP. E poi c’è stato, di nuovo, il paracadute. Non racconta queste esperienze come prove eroiche né come una rivincita sulla disabilità; le racconta, piuttosto, come cose che voleva fare e per le quali ha cercato un modo possibile di farle. Nel frattempo ha ricostruito anche una quotidianità molto meno spettacolare e per lui altrettanto importante: andare al lavoro, incontrare gli amici, uscire dopo cena. «Una giornata normale. Una giornata di un ragazzo tipo». Se Nicolò tende ad andare dritto verso ciò che vuole, questa volta sono due donne della sua famiglia a scegliere la direzione prima di lui. Maria Cristina e sua sorella, Claudia Montevecchi, zia di Nicolò, lo iscrivono, senza dirgli nulla, alla sperimentazione sulla neurostimolazione midollare. Passa del tempo e Nicolò quasi certamente non avrebbe saputo nulla di quella candidatura se, all’inizio del 2024, non fosse arrivato il contatto di Luigi Albano,  neurochirurgo e ricercatore dell’IRCCS Ospedale San Raffaele che fa parte dell' equipe del professor Pietro Mortini,  primario di Neurochirurgia all’IRCCS Ospedale San Raffaele e ordinario di Neurochirurgia all’Università Vita-Salute San Raffaele. Nicolò ricorda la madre entrare nella sua stanza tutta euforica per annunciargli che il professore lo aveva chiamato e che poteva entrare nella sperimentazione. La sua reazione è decisamente meno solenne: «Io le ho detto: chi è il professor Albano?» . Seguono una videochiamata, alla quale è presente anche lo zio di Nicolò, Gian Piero Perna , cardiologo, e poi una visita a Milano. Nicolò inizialmente è titubante e chiarisce subito che la possibilità di tornare in piedi non è la ragione principale per cui è disposto a sottoporsi all’intervento: soffre di dolore neuropatico e ciò che lo convince è la possibilità che la stimolazione possa aiutarlo anche su quel fronte. «Non mi interessa né stare in piedi né camminare. La mia prerogativa è il dolore neuropatico». Una volta accettato, però, non mette altre condizioni : «Dopo faccio tutto quello che volete, senza se e senza ma, perché io non ho limiti». In famiglia, racconta, la curiosità per quello che stava accadendo era grande.  L’intervento viene eseguito all’inizio di luglio 2024 e, secondo quanto racconta Nicolò, dura circa nove ore. Lui è il sesto paziente operato nel programma sperimentale dell'ospedale San Raffaele e il secondo tra quelli con lesione completa. Il giorno successivo Albano arriva con un tablet e attiva lo stimolatore: Nicolò vede una