Elly Schlein chiede alla sua maggioranza una prova di fedeltà . «Io vado avanti fino in fondo non faccio passi indietro», è l’avvertimento. E l’intervento con cui Dario Franceschini si dice pronto alle primarie fa capire che la richiesta della segretaria è andata a buon fine. Un rinnovato patto che viene suggellato con un abbraccio al senatore dem da parte della segretaria. Il voto sulla relazione della leader certifica il fatto che la prova di fedeltà c’è stata. I riformisti non partecipano allo scrutinio perché, come spiega Lorenzo Guerini , «alcuni punti non sono stati chiariti». Ma il resto vota compattamente. Schlein si blinda e si prepara alle primarie. La parte finale della relazione della segretaria, del resto, è tutto un richiamo alla sua maggioranza perché serri i ranghi. « Avevano scommesso che non sarei durata 6 mesi e invece eccomi qui a fine mandato», dice Schlein. Quindi sferra l’attacco a chi «tifa per il pareggio, per le larghe intese» , per il terzo uomo, insomma. Si rivolge a un establishment non meglio identificato che ha il Pd nel mirino. Ma quello di Schlein è anche un discorso rivolto al pezzo della sua maggioranza che non la vuole alla guida della coalizione e che vagheggia un terzo nome o un federatore che dir si voglia. « Non provateci nemmeno con i sondaggi. Alle Europee ci davano al 18 e abbiamo preso il 24%».  Già, tutte quelle rilevazioni che danno il Pd mal messo o    Schlein perdente con Conte . La leader dem è convinta che siano fatti circolare ad arte: «C’è chi vorrebbe entrare in casa nostra e scegliere per noi». Anche su questo la segretaria è netta: «Siamo un gruppo dirigente che dirige e che non si fa portare a spasso da nessuno, che si candida insieme a guidare l’alleanza e poi il Paese». Schlein è in campo per le primarie e intende vincerle. Franceschini la asseconda: « Non è detto che debbano essere divisive, anzi possono essere un elemento di amalgama. Quindi basta con questo tormentone logorante sui federatori, fissiamo 10 punti di programma e alcune regole chiare e poi prepariamoci, dopo aver vinto le primarie, alla lunga corsa per le elezioni». I riformisti apprezzano ma non si fanno convincere. Simona Malpezzi osserva: «In un partito a vocazione maggioritaria il posto naturale di Franco Gabrielli sarebbe stato il Pd e non il movimento di Ruffini ». E la senatrice pone il tema del congresso: ci vorrebbe «una roadmap chiara» . Insomma le assise prima o poi si debbono fare, non si può andare avanti di proroga in proroga. Poi tocca a Giorgio Gori. Affronta il tema del candidato unico: «È stato risposto di no a mezzo stampa da Bonaccini, Taruffi e Boccia. Secondo me è un errore. Sarebbe servito ad allargare la platea degli elettori». Ma di fatto Gori, con grande sobrietà, fa un passo indietro. Andrea Orlando (con Franceschini e Speranza uno dei leader ombra del correntone di Montepulciano) insiste sul tema della pace. E in replica Schlein lo asseconda. L’Ucraina è materiale incandescente nell’alleanza e dentro il Pd . La segretaria non si sbilancia: «Abbiamo sempre sostenuto e continueremo a sostenere il popolo ucraino e siamo convinti che l’Europa debba rendere più chiaro il proprio impegno per una soluzione negoziale». Ma chi e come negozierà la pace dentro l’alleanza dove le posizioni sull’Ucraina sono così diverse? «Sono fiduciosa che troveremo un punto di sintesi», si limita a dire Schlein. E non aggiunge altro . Quella è una partita ancora tutta da giocare.