Per raccontare davvero quello che sta succedendo all’intelligenza artificiale ci vorrebbe un romanziere. Ma non uno qualunque. Uno come Honoré de Balzac . Perché quando la riguardi tutta, questa storia, ti accorgi che si tratta proprio di una commedia umana (o meglio, una tragicommedia umana visto che si parla di apocalisse un giorno sì e l'altro pure ). Una saga dove il denaro muove ogni cosa : alimenta passioni, distrugge amicizie, fomenta rivalità e alla fine fa spuntare improvvise convergenze fra tipi che francamente si detestano. Che rifiutano persino di darsi la mano ma che il 12 settembre 2026, nel giro di un’oretta, si sono detti pubblicamente d’accordo su una cosa fondamentale: salviamo il mondo, freniamo . E il mondo effettivamente si è fermato a chiedersi se davvero rischiamo l’estinzione o se è il solito teatrino. Perchè sta succedendo tutto quello che sta succedendo? La risposta è lunga, ma se volete una risposta breve è questa: per i soldi. È la riedizione di una vecchia storia insomma. Perché l’intelligenza artificiale sarà pure nuova, anzi, nuovissima, ma noi esseri umani siamo sempre gli stessi. C’è un dipendente autorevole che si dimette lanciando l’allarme sulla fine del mondo, anzi, dell’umanità, causata dallo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale che lui stesso ha contribuito a sviluppare. Ci sono gli amministratori delegati delle principali aziende tech che improvvisamente si trovano d’accordo nel denunciare il rischio che corriamo a causa loro e firmano appelli a rallentare. E c’è l’opinione pubblica che per un giorno o due si chiede “rischiamo davvero l’estinzione?”; ma poi torna ad occuparsi di altro perché - come si dice in questi casi? - anche se arrivasse la fine del mondo, quello che conta è avere il vestito giusto o giù di li. Bene, è appena successo ma era già successo. Era la primavera del 2023. Stessa identica dinamica. Incredibile quanto avesse ragione Karl Marx, parafrasando Hegel a suo dire, quando scriveva che i grandi fatti della storia si ripetono sempre due volte. Qui non è chiaro quale sia la tragedia e quale la farsa, però. Cosa è andato storto? Cosa è cambiato da allora? (moltissimo, lo vedremo). E cosa dobbiamo aspettarci che accada? Se non ricostruiamo i principali avvenimenti degli ultimi mille e passa giorni, le scelte dei protagonisti, la irriducibile rivalità che li separa e l’avidità che li unisce, rischiamo di perderci tra un annuncio e un allarme e quindi di iscriverci al partito degli apocalittici o a quello degli ottimisti per istinto, senza capire davvero e quindi senza interesse. Ecco, il disinteresse in questa storia è un lusso che non ci possiamo permettere visto che molto del nostro futuro passa da qui. Prima di Jacob Coxon, l’ingegnere di Anthropic (e già di Open AI) che l’8 settembre scorso ha annunciato al mondo di essersi dimesso dal team «sicurezza e allineamento dell’AI», denunciando i gravissimi pericoli che stiamo correndo , c’è stato Geoffrey Hinton . Era un dipendente di Google ma non uno dei tanti: nel 2024 ha vinto il Premio Nobel della Fisica, per dire. È considerato il padre delle reti neurali , senza le quali l’accelerazione dell’intelligenza artificiale a cui assistiamo da oltre un decennio non ci sarebbe stata. Insomma, è un vero genio. Seguite la sequenza, l'incredibile serie di somiglianze con oggi. Hinton si dimette da Google, dove lavorava dal 2013 - da quando Google aveva vinto, ad una sorta di asta, la sua startup pagandola 44 milioni di dollari, una follia visto che di fatto comprava una persona -; e lo annuncia con un'intervista al New York Times il 1 maggio 2023. Il titolo non è rassicurante: «Il padre dell'intelligenza artificiale lascia Google e mette in guardia dai pericoli futuri». Segue un nutrito elenco di rischi esistenziali. Gli stessi di oggi. Che era successo? Appena cinque mesi prima OpenAI aveva lanciato sul mercato ChatGPT che, secondo diverse stime, aveva già superato i 100 milioni di utenti nel primo mese: mai nella storia della tecnologia c’era stata una adozione di massa così veloce . Rispetto ai precedenti chatbot era una bomba, in senso buono. L'allarme della comunità scientifica però era stato immediato. Il 22 marzo il prestigioso «Future of Life Institute» di Max Tegmark (un tecnologo del MIT, anzi, «un nerd» come ama definirsi), aveva pubblicato una lettera aperta in cui si chiedeva ai laboratori «una pausa di almeno sei mesi nell’addestramento dei modelli più potenti per prevenire rischi profondi per l’umanità». Esattamente quello di cui si parla adesso. Decine di migliaia le firme, tra cui quella - pesante - di Elon Musk - sul quale è poi spuntato un aneddoto che fa riflettere. Infatti proprio in quei giorni Musk aveva fondato la sua società di intelligenza artificiale (xAI) , anche se lo annuncerà pubblicamente solo a luglio. Curioso: un giorno crea in segreto la sua startup e due settimane più tardi firma un appello per far rallentare tutti gli altri. Chissà cosa aveva in testa. Nel frattempo, il 30 maggio, il Center for AI Safety di San Francisco pubblica un altro appello - secco, di una sola frase - firmato fra gli altri da Dario Amodei (Anthropic), Demis Hassabis (Google Deepmind) e Sam Altman (OpenAI). Primo firmatario lo stesso Hinton. La frase dice questo: «Mitigare il rischio di estinzione causato dall'intelligenza artificiale dovrebbe essere una priorità globale, al pari di altri rischi su scala sociale come le pandemie e la guerra nucleare». Ventidue parole (in inglese) difficili da equivocare. Si parla di estinzione, si paragona l’impatto di questa tecnologia ad una bomba atomica o a un virus letale. Più chiaro di così. Avremmo dovuto terrorizzarci. Evidentemente eravamo distratti. Quel testo perentorio i leader di Anthropic, OpenAI e Google Deepmind lo hanno firmato ma non si sono fermati: anzi, si sono subito rimessi a correre È il 20 gennaio 2026 e al World Economic Forum di Davos è la vigilia dell’attesissimo discorso di Donald Trump sulla Groenlandia - che lui sul palco avrebbe chiamato ripetutamente Islanda (questa può sembrare una divagazione ma tenetela da parte, la Groenlandia a un certo punto torna in questa storia). In una sala secondaria, moderati dalla direttrice dell’Economist Zanny Minton Beddoes, dialogano Dario Amodei e Demis Hassabis. In quel momento sono visti come i due «good fellas» dell’intelligenza artificiale: i due bravi ragazzi, soprattutto se paragonati ad Elon Musk, Mark Zuckerberg e Sam Altman. Quando sale sul palco di Davos, Hassabis ha quasi 50 anni e fama di genio: nel 2010 a Londra ha fondato Deepmind, venduta a Google qualche anno dopo per una cifra attorno ai 500 milioni di dollari. È quindi diventato il capo della divisione AI di Google - che svilupperà Gemini - e nel 2024 ha vinto il premio Nobel per la Chimica per aver creato una piattaforma di intelligenza artificiale che consente di predire la struttura delle proteine (e quindi accelera moltissimo la creazione di nuovi farmaci). Se cercate storie sul lato buono dell’AI non potete non partire da lui. Amodei è più giovane: ha 43 anni, è stato fra i primi a entrare in OpenAI (nel 2016) e fra i primi ad uscirne in polemica con la gestione della sicurezza da parte di Altman (alla fine del 2020); con la sorella Daniela ha fondato Anthropic proprio con l’idea di sviluppare una AI responsabile (il giorno dopo Davos, Anthropic aggiornerà la «Costituzione di Claude», l’insieme dei principi etici a cui i modelli devono attenersi). Ma soprattutto in quel momento Amodei è in rampa di lancio. Il rilascio degli ultimi modelli è stato un trionfo, soprattutto fra grandi aziende e pubblica amministrazione e Anthropic a gennaio si preparava a sorpassare gli arcirivali di OpenAI come ricavi e come valutazione complessiva. Fra i due c’è sintonia e si vede. Sul palco dicono, con tempistiche leggermente diverse, che sta per arrivare una intelligenza artificiale «in grado di fare quello che sa fare un premio Nobel» e che l’impatto di questi modelli sui posti di lavoro si inizia già a vedere sulle posizioni destinate ai neo laureati. Stavolta sono i giovani le prime vittime del progresso . Amodei elenca i rischi che corriamo (e che poi spiegherà meglio, in un suo saggio, qualche giorno dopo, The Adolescence of Technology). Ma il vero obiettivo del suo discorso è un altro: è la Cina . O meglio la clamorosa decisione della Casa Bianca di autorizzare la vendita di alcuni chip di Nvidia ai cinesi . Era successo questo: l'8 dicembre 2025 Donald Trump aveva annunciato che Nvidia poteva vendere gli H200 a clienti approvati in Cina a patto che il 25 per cento dei ricavi finisse nelle casse del governo americano. Un dazi al contrario, o m
La Grande Commedia dell’AI. Soldi, potere e algoritmi: cosa sta succedendo, in 14 scene: «Perché ci dovremmo fidare di loro?»
Per raccontare davvero quello che sta succedendo all’intelligenza artificiale ci vorrebbe un romanziere. Ma non uno qualunque. Uno come Honoré de Balzac . Perché quando la riguardi tutta, questa storia, ti accorgi che si tratta proprio di una commedia umana (o meglio, una tragicommedia umana visto che si parla di apocalisse un giorno sì e l'altro pure ). Una saga dove il denaro muove ogni cosa : alimenta passioni, distrugge amicizie, fomenta rivalità e alla fine fa spuntare improvvise convergenze fra tipi che francamente si detestano. Che rifiutano persino di darsi la mano ma che il 12 settembre 2026, nel giro di un’oretta, si sono detti pubblicamente d’accordo su una cosa fondamentale: salviamo il mondo, freniamo . E il mondo effettivamente si è fermato a chiedersi se davvero rischiamo l’estinzione o se è il solito teatrino. Perchè sta succedendo tutto quello che sta succedendo? La risposta è lunga, ma se volete una risposta breve è questa: per i soldi. È la riedizione di una vecchia storia insomma. Perché l’intelligenza artificiale sarà pure nuova, anzi, nuovissima, ma noi esseri umani siamo sempre gli stessi. C’è un dipendente autorevole che si dimette lanciando l’allarme sulla fine del mondo, anzi, dell’umanità, causata dallo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale che lui stesso ha contribuito a sviluppare. Ci sono gli amministratori delegati delle principali aziende tech che improvvisamente si trovano d’accordo nel denunciare il rischio che corriamo a causa loro e firmano appelli a rallentare. E c’è l’opinione pubblica che per un giorno o due si chiede “rischiamo davvero l’estinzione?”; ma poi torna ad occuparsi di altro perché - come si dice in questi casi? - anche se arrivasse la fine del mondo, quello che conta è avere il vestito giusto o giù di li. Bene, è appena successo ma era già successo. Era la primavera del 2023. Stessa identica dinamica. Incredibile quanto avesse ragione Karl Marx, parafrasando Hegel a suo dire, quando scriveva che i grandi fatti della storia si ripetono sempre due volte. Qui non è chiaro quale sia la tragedia e quale la farsa, però. Cosa è andato storto? Cosa è cambiato da allora? (moltissimo, lo vedremo). E cosa dobbiamo aspettarci che accada? Se non ricostruiamo i principali avvenimenti degli ultimi mille e passa giorni, le scelte dei protagonisti, la irriducibile rivalità che li separa e l’avidità che li unisce, rischiamo di perderci tra un annuncio e un allarme e quindi di iscriverci al partito degli apocalittici o a quello degli ottimisti per istinto, senza capire davvero e quindi senza interesse. Ecco, il disinteresse in questa storia è un lusso che non ci possiamo permettere visto che molto del nostro futuro passa da qui. Prima di Jacob Coxon, l’ingegnere di Anthropic (e già di Open AI) che l’8 settembre scorso ha annunciato al mondo di essersi dimesso dal team «sicurezza e allineamento dell’AI», denunciando i gravissimi pericoli che stiamo correndo , c’è stato Geoffrey Hinton . Era un dipendente di Google ma non uno dei tanti: nel 2024 ha vinto il Premio Nobel della Fisica, per dire. È considerato il padre delle reti neurali , senza le quali l’accelerazione dell’intelligenza artificiale a cui assistiamo da oltre un decennio non ci sarebbe stata. Insomma, è un vero genio. Seguite la sequenza, l'incredibile serie di somiglianze con oggi. Hinton si dimette da Google, dove lavorava dal 2013 - da quando Google aveva vinto, ad una sorta di asta, la sua startup pagandola 44 milioni di dollari, una follia visto che di fatto comprava una persona -; e lo annuncia con un'intervista al New York Times il 1 maggio 2023. Il titolo non è rassicurante: «Il padre dell'intelligenza artificiale lascia Google e mette in guardia dai pericoli futuri». Segue un nutrito elenco di rischi esistenziali. Gli stessi di oggi. Che era successo? Appena cinque mesi prima OpenAI aveva lanciato sul mercato ChatGPT che, secondo diverse stime, aveva già superato i 100 milioni di utenti nel primo mese: mai nella storia della tecnologia c’era stata una adozione di massa così veloce . Rispetto ai precedenti chatbot era una bomba, in senso buono. L'allarme della comunità scientifica però era stato immediato. Il 22 marzo il prestigioso «Future of Life Institute» di Max Tegmark (un tecnologo del MIT, anzi, «un nerd» come ama definirsi), aveva pubblicato una lettera aperta in cui si chiedeva ai laboratori «una pausa di almeno sei mesi nell’addestramento dei modelli più potenti per prevenire rischi profondi per l’umanità». Esattamente quello di cui si parla adesso. Decine di migliaia le firme, tra cui quella - pesante - di Elon Musk - sul quale è poi spuntato un aneddoto che fa riflettere. Infatti proprio in quei giorni Musk aveva fondato la sua società di intelligenza artificiale (xAI) , anche se lo annuncerà pubblicamente solo a luglio. Curioso: un giorno crea in segreto la sua startup e due settimane più tardi firma un appello per far rallentare tutti gli altri. Chissà cosa aveva in testa. Nel frattempo, il 30 maggio, il Center for AI Safety di San Francisco pubblica un altro appello - secco, di una sola frase - firmato fra gli altri da Dario Amodei (Anthropic), Demis Hassabis (Google Deepmind) e Sam Altman (OpenAI). Primo firmatario lo stesso Hinton. La frase dice questo: «Mitigare il rischio di estinzione causato dall'intelligenza artificiale dovrebbe essere una priorità globale, al pari di altri rischi su scala sociale come le pandemie e la guerra nucleare». Ventidue parole (in inglese) difficili da equivocare. Si parla di estinzione, si paragona l’impatto di questa tecnologia ad una bomba atomica o a un virus letale. Più chiaro di così. Avremmo dovuto terrorizzarci. Evidentemente eravamo distratti. Quel testo perentorio i leader di Anthropic, OpenAI e Google Deepmind lo hanno firmato ma non si sono fermati: anzi, si sono subito rimessi a correre È il 20 gennaio 2026 e al World Economic Forum di Davos è la vigilia dell’attesissimo discorso di Donald Trump sulla Groenlandia - che lui sul palco avrebbe chiamato ripetutamente Islanda (questa può sembrare una divagazione ma tenetela da parte, la Groenlandia a un certo punto torna in questa storia). In una sala secondaria, moderati dalla direttrice dell’Economist Zanny Minton Beddoes, dialogano Dario Amodei e Demis Hassabis. In quel momento sono visti come i due «good fellas» dell’intelligenza artificiale: i due bravi ragazzi, soprattutto se paragonati ad Elon Musk, Mark Zuckerberg e Sam Altman. Quando sale sul palco di Davos, Hassabis ha quasi 50 anni e fama di genio: nel 2010 a Londra ha fondato Deepmind, venduta a Google qualche anno dopo per una cifra attorno ai 500 milioni di dollari. È quindi diventato il capo della divisione AI di Google - che svilupperà Gemini - e nel 2024 ha vinto il premio Nobel per la Chimica per aver creato una piattaforma di intelligenza artificiale che consente di predire la struttura delle proteine (e quindi accelera moltissimo la creazione di nuovi farmaci). Se cercate storie sul lato buono dell’AI non potete non partire da lui. Amodei è più giovane: ha 43 anni, è stato fra i primi a entrare in OpenAI (nel 2016) e fra i primi ad uscirne in polemica con la gestione della sicurezza da parte di Altman (alla fine del 2020); con la sorella Daniela ha fondato Anthropic proprio con l’idea di sviluppare una AI responsabile (il giorno dopo Davos, Anthropic aggiornerà la «Costituzione di Claude», l’insieme dei principi etici a cui i modelli devono attenersi). Ma soprattutto in quel momento Amodei è in rampa di lancio. Il rilascio degli ultimi modelli è stato un trionfo, soprattutto fra grandi aziende e pubblica amministrazione e Anthropic a gennaio si preparava a sorpassare gli arcirivali di OpenAI come ricavi e come valutazione complessiva. Fra i due c’è sintonia e si vede. Sul palco dicono, con tempistiche leggermente diverse, che sta per arrivare una intelligenza artificiale «in grado di fare quello che sa fare un premio Nobel» e che l’impatto di questi modelli sui posti di lavoro si inizia già a vedere sulle posizioni destinate ai neo laureati. Stavolta sono i giovani le prime vittime del progresso . Amodei elenca i rischi che corriamo (e che poi spiegherà meglio, in un suo saggio, qualche giorno dopo, The Adolescence of Technology). Ma il vero obiettivo del suo discorso è un altro: è la Cina . O meglio la clamorosa decisione della Casa Bianca di autorizzare la vendita di alcuni chip di Nvidia ai cinesi . Era successo questo: l'8 dicembre 2025 Donald Trump aveva annunciato che Nvidia poteva vendere gli H200 a clienti approvati in Cina a patto che il 25 per cento dei ricavi finisse nelle casse del governo americano. Un dazi al contrario, o m

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