Pronti al decollo in una manciata di minuti. E quando l’allarme scatta, i piloti italiani corrono verso gli Eurofighter negli hangar della base lituana di Šiauliai, dove da agosto opera il personale del 36° Stormo di Gioia del Colle nell’ambito della Task Force Air «Baltic Thunder III», la missione Nato di polizia aerea sul fianco est dell’Alleanza. Era già successo proprio un mese fa con un’operazione di scramble per intercettare un velivolo a comando remoto, lunedì sera c’è stata la replica questa volta per abbattere un drone Shahed , probabilmente russo o bielorusso, diretto verso ovest caricato con un ordigno esplosivo. Per avere un’idea dello scenario attuale e di quanto sia in continua, e peggiore, evoluzione basti pensare che ai francesi, che ci hanno preceduto nella stessa base, è successo una volta in quattro mesi. A noi già due in poco più di 30 giorni. Un altro episodio inquietante dunque, per lo più in occasione della visita del ministro della Difesa Guido Crosetto proprio ai militari italiani impegnati sul campo. E per questo l’intelligence lavora per capire se non sia stata una coincidenza. Del resto il livello degli incidenti di questo genere si è alzato progressivamente, passando da i sorvoli dei trasporti militari russi e poi anche dei caccia sui territori dei Paesi baltici per testare tempi e capacità di reazione della controparte occidentale all ’utilizzo di droni da ricognizione e anche da combattimento , diretti in Ucraina oppure anche in Germania o in altri Paesi dell’Alleanza atlantica. Un salto di qualità evidente che moltiplica la tensione. Ed è in questo scenario che l’Aeronautica militare opera in Lituania per garantire la difesa aerea di un Paese che altrimenti non avrebbe la possibilità di impedire qualsiasi minaccia: dalle intrusioni dello spazio aereo baltico ai sorvoli non autorizzati, fino ai droni appunto. Senza soluzione di continuità, sempre in prontezza, come se fosse il territorio italiano. Le dinamiche e le procedure, anche se a migliaia di chilometri da casa, sono le stesse operative adottate oltre che in Romania, fra giugno e luglio, anche nelle basi italiane di Grosseto, Gioia del Colle, Trapani e Istrana — proprio con gli Eurofighter —, Amendola e Ghedi, con gli F35. Per abbattere il drone i due Eurofighter hanno impiegato una ventina di minuti dall’allarme arrivato dal centro di comando e controllo Nato Caoc (Combined Air Operations Centre) di Uedem, in Germania, responsabile della sorveglianza dello spazio aereo alleato a nord delle Alpi (gli altri due sono quelli di Torrejòn, in Spagna, per la zona sud, e di Bodø, in Norvegia, per l’Artico e il mar Baltico), sotto il diretto controllo del Supreme Allied Commander Europe (Saceur). Oggi il fronte aereo ai confini orientali della Nato è affidato anche all’Italia che assicura con i suoi velivoli — due coppie di Eurofighter — la «quick reaction alert», con i piloti in tuta di volo, pronti — appunto — a reagire immediatamente alla richiesta di intervento.
L’allarme dalla Germania, il decollo-lampo: così i due caccia italiani hanno distrutto in 20 minuti un drone sulla Lituania. A bordo c’era un ordigno
Pronti al decollo in una manciata di minuti. E quando l’allarme scatta, i piloti italiani corrono verso gli Eurofighter negli hangar della base lituana di Šiauliai, dove da agosto opera il personale del 36° Stormo di Gioia del Colle nell’ambito della Task Force Air «Baltic Thunder III», la missione Nato di polizia aerea sul fianco est dell’Alleanza. Era già successo proprio un mese fa con un’operazione di scramble per intercettare un velivolo a comando remoto, lunedì sera c’è stata la replica questa volta per abbattere un drone Shahed , probabilmente russo o bielorusso, diretto verso ovest caricato con un ordigno esplosivo. Per avere un’idea dello scenario attuale e di quanto sia in continua, e peggiore, evoluzione basti pensare che ai francesi, che ci hanno preceduto nella stessa base, è successo una volta in quattro mesi. A noi già due in poco più di 30 giorni. Un altro episodio inquietante dunque, per lo più in occasione della visita del ministro della Difesa Guido Crosetto proprio ai militari italiani impegnati sul campo. E per questo l’intelligence lavora per capire se non sia stata una coincidenza. Del resto il livello degli incidenti di questo genere si è alzato progressivamente, passando da i sorvoli dei trasporti militari russi e poi anche dei caccia sui territori dei Paesi baltici per testare tempi e capacità di reazione della controparte occidentale all ’utilizzo di droni da ricognizione e anche da combattimento , diretti in Ucraina oppure anche in Germania o in altri Paesi dell’Alleanza atlantica. Un salto di qualità evidente che moltiplica la tensione. Ed è in questo scenario che l’Aeronautica militare opera in Lituania per garantire la difesa aerea di un Paese che altrimenti non avrebbe la possibilità di impedire qualsiasi minaccia: dalle intrusioni dello spazio aereo baltico ai sorvoli non autorizzati, fino ai droni appunto. Senza soluzione di continuità, sempre in prontezza, come se fosse il territorio italiano. Le dinamiche e le procedure, anche se a migliaia di chilometri da casa, sono le stesse operative adottate oltre che in Romania, fra giugno e luglio, anche nelle basi italiane di Grosseto, Gioia del Colle, Trapani e Istrana — proprio con gli Eurofighter —, Amendola e Ghedi, con gli F35. Per abbattere il drone i due Eurofighter hanno impiegato una ventina di minuti dall’allarme arrivato dal centro di comando e controllo Nato Caoc (Combined Air Operations Centre) di Uedem, in Germania, responsabile della sorveglianza dello spazio aereo alleato a nord delle Alpi (gli altri due sono quelli di Torrejòn, in Spagna, per la zona sud, e di Bodø, in Norvegia, per l’Artico e il mar Baltico), sotto il diretto controllo del Supreme Allied Commander Europe (Saceur). Oggi il fronte aereo ai confini orientali della Nato è affidato anche all’Italia che assicura con i suoi velivoli — due coppie di Eurofighter — la «quick reaction alert», con i piloti in tuta di volo, pronti — appunto — a reagire immediatamente alla richiesta di intervento.

SOURCE TRANSPARENCY