ORIANA FALLACI. Noi ci siamo già incontrate, signorina Mazzini: a Sanremo, poco più di due anni fa, quando lei cantava una canzonetta dal titolo Io amo, tu ami, e sembrava ignorare perfino il significato di quel verbo che a ogni strillo le riempiva la bocca. Infatti affermava di dormire con un orsacchiotto e di divertirsi soltanto con «Topolino», le bolle di sapone, e le fotografie di «un tipo con la barba che ha accoppato un mucchio di gente e mi pare si chiami Fidel». Ignorava o sembrava ignorare molte altre cose: ad esempio che Nenni fosse socialista, che il pentagramma servisse per scriver la musica, e che Maometto avesse dettato la religione dell’Islam. «Ma chi era questo Maometto? Il nome è simpatico, se un giorno avrò un figlio voglio chiamarlo Maometto». L’incontro mi lasciò perplessa, signorina Mazzini; scusi, volevo dire signora... MINA. «Signora? E perché? Non sono sposata, e di conseguenza non sono signora. Siccome non sono «signora», niente mi dà fastidio come sentirmi chiamare «signora». A me, quando dicono «signora», sembra sempre che si diano una gomitata nei fianchi: lo dicono sempre con una tal aria di complicità, quasi volessero dividere con me chissà quale colpa. Con lei è diverso, lo so, se non fosse diverso non sarei qui in casa sua a farmi chieder le cose: però non mi chiami signora. Mi chiami Mina. D’accordo?» D’accordo. Dicevo dunque che l’incontro mi lasciò perplessa. E altrettanto perplessa ora che la ritrovo madre di un figlio che non ha chiamato Maometto: è talmente cambiata in due anni! Non soltanto perché allora era magra, bionda, nervosa, mentre ora è florida, bruna e tranquilla: ma perché... «Perché non sono più la stessa persona. Ero una ragazzaccia viziata ed ora sono una donna matura, paga dei suoi settantatré chili. Non sapevo ciò che volevo ed ora lo so. Mi mancavano tante cose ed ora non mi manca più nulla. Mi sento serena come chi ha scoperto che le cose importanti sono le cose più semplici: amare un uomo che t’ama e avere un figlio da lui. Insomma, due anni fa ero nell’epoca dello stupore: aprivo un cassetto e mi meravigliavo di ciò che conteneva. Ora apro un cassetto e prima ancora di aprirlo so quel che ci trovo: il padre di mio figlio e mio figlio. Due cose che investono la mia vera vita e non la vita che fingevo di avere. Sa, allora non facevo altro che correre: ora invece passo le giornate senza far niente. Tutt’al più guardo la televisione, la guardo anche se non vedo quello che guardo, mi basta star lì dinanzi ad uno che parla anche se non è a me che parla, posso essere finalmente quello che sono: un animale cui piace stare al sole e dormire, qualcuno che se ne infischia di tutto. Me ne infischio perfino del lavoro. Non completamente perché sarebbe cretino, ma abbastanza». Vuol dire che non le importa più di esser famosa, popolare, adulata: in altre parole d’esser la Mina ed aver successo? «Il fatto è che non l’ho mai cercato, il successo: non l’ho mai desiderato, non ho mai lottato per conquistarlo, e così non l’ho mai apprezzato. A una certa età, così come all’uomo viene la barba, a me è venuto il successo ed io ho accettato la barba, il successo, come una cosa normale: senza pena né fatica, senza rendermi conto della fortuna che mi capitava, del regalo che era. Me lo sono tenuto come si tiene un regalo di cui si ignora il prezzo, e se lo perdo pace. No, non mi è mai importato nulla del successo, la gente che ferma per strada mi ha sempre intimidito, ed ora mi intimidisce ancora di più: mi dà come un complesso. Il complesso che mentre mi chiedono l’autografo abbiano qualcosa da dirmi o da chiedermi. Magari loro non ci pensan neanche ma io mi aspetto sempre che inizino un discorso, che analizzino in qualche modo la mia «situazione»: e ciò mi dà fastidio. Poi ci sono quelli che si mettono dalla mia parte, ma così spudoratamente che è come se io mi mettessi dalla mia parte, sembra che vogliano prendere a pugni tutti quelli che non la pensano come me e come loro: e anche questo mi dà fastidio. La solidarietà! Tanto so bene che non è vera, che parlan così perché dinanzi alla persona interessata non si è mai sinceri». Questo non è giusto, e nemmeno garbato. Diciamo piuttosto che si sfogano a difenderla per difender se stessi, che la loro solidarietà è un facile modo per porsi contro il mondo e le convenienze del mondo senza correre rischi. Dando ragione a lei danno ragione ai loro sogni di peccati o di audacie incommesse. Comunque, vi sono anche quelli che la giudicano male. Da molti la nascita di questo figlio è stata considerata un esibizionismo sfacciato, uno schiaffo pubblicitario. «Quelli sono stupidi. Un figlio è una cosa talmente importante, più importante di qualsiasi altra cosa nel mondo: come possono pensare che una donna voglia imporsi al mondo servendosi di un figlio? Lo hanno detto, lo so. Hanno anche detto che l’ho fatto per avere le copertine sui settimanali, che mi son fatta pagare le fotografie. Hanno anche inventato che ho fatto una conferenza-stampa per dar la notizia. Ma lei sa come è venuta fuori la notizia? Due giornalisti sono andati dalla mamma e le hanno detto: sappiamo per certo che la Mina aspetta un bambino, vuol confermare la notizia a noi o vuole che esca su un giornale scandalistico? La mamma è ingenua, non ha la grinta, ci è cascata subito e ha risposto sì, è vero, la Mina aspetta un figlio. Così una mattina, uscendo di casa, ho trovato l’inferno: su tutti i giornali stava scritto che aspettavo un figlio. Non so se mi spiego, non so se capisce: tu esci di casa, tranquilla, col tuo segreto, passi dinanzi al giornalaio, tranquilla, col tuo segreto, e vedi scritto a caratteri di scatola il tuo segreto. Allora tu torni a casa, correndo, col tuo segreto che non è più un segreto, e trovi quaranta fotografi ad aspettarti, a circondarti, ad accecarti. Io credo che nel Medioevo fosse così la... la... come si chiama?» La caccia alle streghe. Però non si può dire che lei abbia fatto molto, Mina, perché se ne parlasse un po’ meno. Direi anzi che ha parlato un po’ troppo e con troppa gente. «Si fa presto a dire così: avrei voluto vederla, al mio posto. Cosa avrebbe fatto, mi dica, coi giornalisti e i fotografi che sbucavano dalla sua automobile, di sotto al suo letto, dalla sua borsa dell’acqua calda? Dicevo una parola e loro ci ricamavano sopra un articolo. Alla fine mi son rassegnata: se è tanto importante per voi che io partorisca mio figlio, accomodatevi pure». E non l’aveva sfiorata il dubbio che una simile reazione avvenisse? O forse si sentiva protetta dal fatto d’esser la Mina, se vi piace è cosi se non vi piace è così lo stesso: tanto vivo in un’epoca che offre a una donna il vantaggio di fare quel che vuole, di mettere al mondo chi vuole? «Non ci ho mai pensato, tantomeno ho pensato a sentirmi protetta perché ero la Mina. Quando una donna è incinta, non va mica a pensare sono la Mina e posso farlo, non sono la Mina e non posso farlo, oddio cosa diranno gli altri, cosa penseranno? Io ho preso la decisione che ho preso indipendentemente dagli altri, prescindendo dalla approvazione o dalla disapprovazione degli altri, nient’affatto sicura del benestare che tutto sommato c’è stato, pensando semmai che tutti ce l’avrebbero avuta con me. Per esempio ero sicura che la vendita dei dischi avrebbe avuto un calo tremendo, ne parlai anche con le mie case discografiche. Il calo non c’è stato, la vendita continua come prima: ho sempre avuto una fortuna schifosa, io. Ma se non fosse andata come prima, se la fortuna mi avesse finalmente abbandonato, non me ne sarebbe importato un bel nulla. Una che vuol diventare zero fa quello che ho fatto io: ed io lo avrei fatto anche se fossi vissuta trent’anni fa». D’accordo. Ma non ha mai avuto nemmeno timori o imbarazzi? Non so, ad esempio, nei riguardi delle persone che conosceva a Cremona: dopotutto lei vive in provincia, viene dalla provincia, malgrado sia tanto famosa resta una ragazza di provincia, educata in provincia... «Timori e imbarazzi per la gente di Cremona? No, non direi. Sapevo come avrebbero reagito: bene e male, soprattutto male perché quando uno ha vissuto tanto tempo coi suoi bei principioni non puoi pretendere che cambi idea all’improvviso e per i tuoi begli occhi. Timori e imbarazzi io ne ho avuti ma solo per i miei parenti o meglio per i miei genitori o meglio ancora per mio padre. Non che pensassi di sentirmi gridare figlia snaturata, via di qui, non sei più mia figlia: ma che sapessi di dargli un dolore, questo sì. Perciò ho aspettato molto a dirlo a mio padre: un giorno di più e se ne sarebbe accorto da sé. Vuol sapere come è successo? Davvero? Be’, così. L’ho chiamato in camera mia, papà devo dirti una cosa, lui è venuto e nello stesso momento mi ha colto un attacco di isterismo: mi son messa a ridere come una pazza. Non potevo frenarmi, ridevo, ridevo mentre papà mi guardava con occhi dolorosi e stupiti, e così, sempre ridendo, ho detto: «Papà, pensa che buffo: mi scappa tanto da ridere e devo dirti che sono incinta». Papà non ha battuto ciglio, si è seduto sul letto, mi ha risposto è inutile che ti dica come la penso tanto lo sai, vediamo piuttosto di esaminare la faccenda. Così ci siamo messi ad esaminarla, dunque Corrado è sposato, dunque vediamo, dunque guardiamo, io intanto non ridevo più, e quando l’abbiamo esaminata da tutte le parti papà mi ha dato il bacio della buonanotte e si è ritirato in camera sua. Magari tutti avessero genitori stupendi come i miei». Quanti anni ha suo padre? «Quarantasette». È giovane. Forse, se fosse stato di un’altra generazione, non si sarebbe comportato
L'intervista di Fallaci a Mina: «Quando è nato mio figlio ho avuto una paura immensa. Ora sono me stessa: un animale che sta al sole e dorme»
ORIANA FALLACI. Noi ci siamo già incontrate, signorina Mazzini: a Sanremo, poco più di due anni fa, quando lei cantava una canzonetta dal titolo Io amo, tu ami, e sembrava ignorare perfino il significato di quel verbo che a ogni strillo le riempiva la bocca. Infatti affermava di dormire con un orsacchiotto e di divertirsi soltanto con «Topolino», le bolle di sapone, e le fotografie di «un tipo con la barba che ha accoppato un mucchio di gente e mi pare si chiami Fidel». Ignorava o sembrava ignorare molte altre cose: ad esempio che Nenni fosse socialista, che il pentagramma servisse per scriver la musica, e che Maometto avesse dettato la religione dell’Islam. «Ma chi era questo Maometto? Il nome è simpatico, se un giorno avrò un figlio voglio chiamarlo Maometto». L’incontro mi lasciò perplessa, signorina Mazzini; scusi, volevo dire signora... MINA. «Signora? E perché? Non sono sposata, e di conseguenza non sono signora. Siccome non sono «signora», niente mi dà fastidio come sentirmi chiamare «signora». A me, quando dicono «signora», sembra sempre che si diano una gomitata nei fianchi: lo dicono sempre con una tal aria di complicità, quasi volessero dividere con me chissà quale colpa. Con lei è diverso, lo so, se non fosse diverso non sarei qui in casa sua a farmi chieder le cose: però non mi chiami signora. Mi chiami Mina. D’accordo?» D’accordo. Dicevo dunque che l’incontro mi lasciò perplessa. E altrettanto perplessa ora che la ritrovo madre di un figlio che non ha chiamato Maometto: è talmente cambiata in due anni! Non soltanto perché allora era magra, bionda, nervosa, mentre ora è florida, bruna e tranquilla: ma perché... «Perché non sono più la stessa persona. Ero una ragazzaccia viziata ed ora sono una donna matura, paga dei suoi settantatré chili. Non sapevo ciò che volevo ed ora lo so. Mi mancavano tante cose ed ora non mi manca più nulla. Mi sento serena come chi ha scoperto che le cose importanti sono le cose più semplici: amare un uomo che t’ama e avere un figlio da lui. Insomma, due anni fa ero nell’epoca dello stupore: aprivo un cassetto e mi meravigliavo di ciò che conteneva. Ora apro un cassetto e prima ancora di aprirlo so quel che ci trovo: il padre di mio figlio e mio figlio. Due cose che investono la mia vera vita e non la vita che fingevo di avere. Sa, allora non facevo altro che correre: ora invece passo le giornate senza far niente. Tutt’al più guardo la televisione, la guardo anche se non vedo quello che guardo, mi basta star lì dinanzi ad uno che parla anche se non è a me che parla, posso essere finalmente quello che sono: un animale cui piace stare al sole e dormire, qualcuno che se ne infischia di tutto. Me ne infischio perfino del lavoro. Non completamente perché sarebbe cretino, ma abbastanza». Vuol dire che non le importa più di esser famosa, popolare, adulata: in altre parole d’esser la Mina ed aver successo? «Il fatto è che non l’ho mai cercato, il successo: non l’ho mai desiderato, non ho mai lottato per conquistarlo, e così non l’ho mai apprezzato. A una certa età, così come all’uomo viene la barba, a me è venuto il successo ed io ho accettato la barba, il successo, come una cosa normale: senza pena né fatica, senza rendermi conto della fortuna che mi capitava, del regalo che era. Me lo sono tenuto come si tiene un regalo di cui si ignora il prezzo, e se lo perdo pace. No, non mi è mai importato nulla del successo, la gente che ferma per strada mi ha sempre intimidito, ed ora mi intimidisce ancora di più: mi dà come un complesso. Il complesso che mentre mi chiedono l’autografo abbiano qualcosa da dirmi o da chiedermi. Magari loro non ci pensan neanche ma io mi aspetto sempre che inizino un discorso, che analizzino in qualche modo la mia «situazione»: e ciò mi dà fastidio. Poi ci sono quelli che si mettono dalla mia parte, ma così spudoratamente che è come se io mi mettessi dalla mia parte, sembra che vogliano prendere a pugni tutti quelli che non la pensano come me e come loro: e anche questo mi dà fastidio. La solidarietà! Tanto so bene che non è vera, che parlan così perché dinanzi alla persona interessata non si è mai sinceri». Questo non è giusto, e nemmeno garbato. Diciamo piuttosto che si sfogano a difenderla per difender se stessi, che la loro solidarietà è un facile modo per porsi contro il mondo e le convenienze del mondo senza correre rischi. Dando ragione a lei danno ragione ai loro sogni di peccati o di audacie incommesse. Comunque, vi sono anche quelli che la giudicano male. Da molti la nascita di questo figlio è stata considerata un esibizionismo sfacciato, uno schiaffo pubblicitario. «Quelli sono stupidi. Un figlio è una cosa talmente importante, più importante di qualsiasi altra cosa nel mondo: come possono pensare che una donna voglia imporsi al mondo servendosi di un figlio? Lo hanno detto, lo so. Hanno anche detto che l’ho fatto per avere le copertine sui settimanali, che mi son fatta pagare le fotografie. Hanno anche inventato che ho fatto una conferenza-stampa per dar la notizia. Ma lei sa come è venuta fuori la notizia? Due giornalisti sono andati dalla mamma e le hanno detto: sappiamo per certo che la Mina aspetta un bambino, vuol confermare la notizia a noi o vuole che esca su un giornale scandalistico? La mamma è ingenua, non ha la grinta, ci è cascata subito e ha risposto sì, è vero, la Mina aspetta un figlio. Così una mattina, uscendo di casa, ho trovato l’inferno: su tutti i giornali stava scritto che aspettavo un figlio. Non so se mi spiego, non so se capisce: tu esci di casa, tranquilla, col tuo segreto, passi dinanzi al giornalaio, tranquilla, col tuo segreto, e vedi scritto a caratteri di scatola il tuo segreto. Allora tu torni a casa, correndo, col tuo segreto che non è più un segreto, e trovi quaranta fotografi ad aspettarti, a circondarti, ad accecarti. Io credo che nel Medioevo fosse così la... la... come si chiama?» La caccia alle streghe. Però non si può dire che lei abbia fatto molto, Mina, perché se ne parlasse un po’ meno. Direi anzi che ha parlato un po’ troppo e con troppa gente. «Si fa presto a dire così: avrei voluto vederla, al mio posto. Cosa avrebbe fatto, mi dica, coi giornalisti e i fotografi che sbucavano dalla sua automobile, di sotto al suo letto, dalla sua borsa dell’acqua calda? Dicevo una parola e loro ci ricamavano sopra un articolo. Alla fine mi son rassegnata: se è tanto importante per voi che io partorisca mio figlio, accomodatevi pure». E non l’aveva sfiorata il dubbio che una simile reazione avvenisse? O forse si sentiva protetta dal fatto d’esser la Mina, se vi piace è cosi se non vi piace è così lo stesso: tanto vivo in un’epoca che offre a una donna il vantaggio di fare quel che vuole, di mettere al mondo chi vuole? «Non ci ho mai pensato, tantomeno ho pensato a sentirmi protetta perché ero la Mina. Quando una donna è incinta, non va mica a pensare sono la Mina e posso farlo, non sono la Mina e non posso farlo, oddio cosa diranno gli altri, cosa penseranno? Io ho preso la decisione che ho preso indipendentemente dagli altri, prescindendo dalla approvazione o dalla disapprovazione degli altri, nient’affatto sicura del benestare che tutto sommato c’è stato, pensando semmai che tutti ce l’avrebbero avuta con me. Per esempio ero sicura che la vendita dei dischi avrebbe avuto un calo tremendo, ne parlai anche con le mie case discografiche. Il calo non c’è stato, la vendita continua come prima: ho sempre avuto una fortuna schifosa, io. Ma se non fosse andata come prima, se la fortuna mi avesse finalmente abbandonato, non me ne sarebbe importato un bel nulla. Una che vuol diventare zero fa quello che ho fatto io: ed io lo avrei fatto anche se fossi vissuta trent’anni fa». D’accordo. Ma non ha mai avuto nemmeno timori o imbarazzi? Non so, ad esempio, nei riguardi delle persone che conosceva a Cremona: dopotutto lei vive in provincia, viene dalla provincia, malgrado sia tanto famosa resta una ragazza di provincia, educata in provincia... «Timori e imbarazzi per la gente di Cremona? No, non direi. Sapevo come avrebbero reagito: bene e male, soprattutto male perché quando uno ha vissuto tanto tempo coi suoi bei principioni non puoi pretendere che cambi idea all’improvviso e per i tuoi begli occhi. Timori e imbarazzi io ne ho avuti ma solo per i miei parenti o meglio per i miei genitori o meglio ancora per mio padre. Non che pensassi di sentirmi gridare figlia snaturata, via di qui, non sei più mia figlia: ma che sapessi di dargli un dolore, questo sì. Perciò ho aspettato molto a dirlo a mio padre: un giorno di più e se ne sarebbe accorto da sé. Vuol sapere come è successo? Davvero? Be’, così. L’ho chiamato in camera mia, papà devo dirti una cosa, lui è venuto e nello stesso momento mi ha colto un attacco di isterismo: mi son messa a ridere come una pazza. Non potevo frenarmi, ridevo, ridevo mentre papà mi guardava con occhi dolorosi e stupiti, e così, sempre ridendo, ho detto: «Papà, pensa che buffo: mi scappa tanto da ridere e devo dirti che sono incinta». Papà non ha battuto ciglio, si è seduto sul letto, mi ha risposto è inutile che ti dica come la penso tanto lo sai, vediamo piuttosto di esaminare la faccenda. Così ci siamo messi ad esaminarla, dunque Corrado è sposato, dunque vediamo, dunque guardiamo, io intanto non ridevo più, e quando l’abbiamo esaminata da tutte le parti papà mi ha dato il bacio della buonanotte e si è ritirato in camera sua. Magari tutti avessero genitori stupendi come i miei». Quanti anni ha suo padre? «Quarantasette». È giovane. Forse, se fosse stato di un’altra generazione, non si sarebbe comportato

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