I volti degli ostaggi israeliani liberati da Gaza e dei genitori che piangono figli che non sono mai tornati a casa riempiono ancora i nostri schermi televisivi. Molti di loro figurano anche nelle liste elettorali dei vari partiti politici, accanto a generali in pensione e riservisti. Poco più di una settimana fa, un padre in lutto presente nella lista del Likud ha risposto a una degli ostaggi liberati (una donna sulla ottantina) che aveva espresso il suo dissenso contro Netanyahu, augurandole di essere rispedita da Hamas come prigioniera. Parole dure, ma in guerra vale tutto. Se qualcuno in Israele osasse suggerire che ci siamo lasciati alle spalle il 7 ottobre, le persone intorno a lui indicherebbero immediatamente un aereo di FlyDubai alto sopra le loro teste e lo rimprovererebbero per aver detto un’idiozia del genere: «Lo vedi?», insisterebbero, «ci stanno ancora massacrando». E anche se le uniche ferite gravi in quella vicenda sono quelle riportate dal pilota indiano, i media israeliani si sono affrettati a descriverlo come un coraggioso eroe che ha difeso Israele, anche se si è solo salvato la vita respingendo un terrorista squilibrato. Si è trattato di un pericolo chiaro e imminente ma specifico, eppure Netanyahu è già apparso in un video promozionale ben congegnato , con un jet da combattimento pronto a entrare in azione alle sue spalle, e ha detto alla popolazione ebraica che certamente gli iraniani ci attaccheranno nelle prossime settimane. E se non lo faranno, chissà, forse Israele attaccherà l’Iran, o qualche altro Stato confinante, in un’azione di autodifesa preventiva. Dopotutto, non ci sono molti luoghi nella regione che non abbiamo attaccato intanto che da tre anni a questa parte si trascina quel giorno interminabile: Gaza, il Libano, lo Yemen, il Qatar, la Cisgiordania e persino la Turchia potrebbero essere sulla lista, se quegli «antisemiti» dovessero fornirci una buona scusa. Per le famiglie in lutto e per gli ostaggi liberati, il trauma del 7 ottobre non potrà mai realmente finire. E neppure per il resto di noi, finché Netanyahu farà di tutto per non farlo finire. Perché sa che quando quel giorno terminerà, la nazione ferita, sanguinante che lo ha eletto potrebbe essere finalmente libera di dedicarsi a una sorta di introspezione e regolamento di conti ; noi israeliani potremmo smettere di credere alla narrazione secondo cui siamo ancora vittime di un massacro in corso. Se però Netanyahu giocherà bene le sue carte allarmistiche e riuscirà a sbandierare di continuo nuove minacce esistenziali, il 7 ottobre potrebbe durare in eterno. E una nuova minaccia c’è sempre: un sinistro tribunale all’Aia, un sindaco antisemita a New York, un numero indefinito di Paesi europei che criticano Israele. Non c’è mai stata carenza di minacce esistenziali per il popolo ebraico. Giusto nelle scorse settimane siamo stati aggrediti da una nuova minaccia particolarmente pericolosa, sotto forma di un documentario intitolato Naza. Dopo aver sgominato centinaia di terroristi armati e resistito a innumerevoli missili iraniani, la nostra coraggiosa nazione si trova ora a dover affrontare una nuova arma non convenzionale chiamata riflessione. Invece di attaccarci sguainando i coltelli, questi registi israeliani che odiano se stessi usano uno specchio con cui cercano di costringere i pochi israeliani abbastanza coraggiosi da guardarlo, a vedere se stessi; a contemplare le conseguenze delle loro azioni. E della loro inazione. E tutto questo, mentre il massacro a quanto pare continua. Non c’è nulla di più crudele che mettere uno specchio davanti a una vittima nel bel mezzo di un massacro , specialmente se l’immagine riflessa in quello specchio è quella di una vittima che ha le mani sporche di sangue. La soluzione di Netanyahu e del suo ministro della Cultura è stata quella di chiedere la revoca della cittadinanza dei registi . Trentuno anni fa, quando il primo ministro Yitzhak Rabin fu assassinato, nessuno propose di revocare la cittadinanza al suo assassino. Del resto, quell’uomo aveva semplicemente tentato di uccidere il processo di pace assassinando un primo ministro in carica, mentre quei due registi senza cuore hanno girato un film. E non un film qualsiasi, ma uno di quelli che ricevono lunghe standing ovation ai festival di tutto il mondo. Il pubblico applaude spudoratamente il film intanto che il «massacro» continua. Chiunque sia così ingenuo da credere che il 7 ottobre si deciderà a finire tra tre settimane, quando Israele terrà le elezioni e destituirà Netanyahu, dovrebbe pensarci meglio. Il «blocco del cambiamento» che si oppone all’attuale governo di guerra si è schierato quasi all’unanimità a favore dell’impegno della coalizione di Netanyahu di vietare a ogni singolo partito arabo di presentarsi alle elezioni. Si tratta di partiti che nel parlamento israeliano sono sempre stati presenti, rappresentando circa un quinto della popolazione del Paese. Ma questo era prima del 7 ottobre. Altri tempi. Ormai ci hanno convinto che stiamo combattendo per la nostra sopravvivenza, quindi non possiamo consentire a quella gente di tenere la testa alta. Quando le cose si saranno calmate un po’ e tornerà la ragionevolezza, valuteremo la possibilità di consentire ai cittadini palestinesi di Israele di eleggere liberamente i propri rappresentanti. Forse gli attuali leader dell’opposizione dedicheranno persino parte delle loro energie a bandire i partiti davvero antidemocratici, come quelli razzisti di Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir . Ma non ora. È un lusso per cui si dovrà aspettare un altro momento. Nel frattempo, tenete gli occhi aperti e state all’erta: il 7 ottobre è ancora qui. Non è una data o un evento limitato nel tempo, ma uno stato d’animo. E con o senza Netanyahu, temo che possa non finire mai. (traduzione Fabio Cremonesi)
Keret: «Dal 7 ottobre siamo in guerra permanente. È il momento di guardarsi allo specchio»
I volti degli ostaggi israeliani liberati da Gaza e dei genitori che piangono figli che non sono mai tornati a casa riempiono ancora i nostri schermi televisivi. Molti di loro figurano anche nelle liste elettorali dei vari partiti politici, accanto a generali in pensione e riservisti. Poco più di una settimana fa, un padre in lutto presente nella lista del Likud ha risposto a una degli ostaggi liberati (una donna sulla ottantina) che aveva espresso il suo dissenso contro Netanyahu, augurandole di essere rispedita da Hamas come prigioniera. Parole dure, ma in guerra vale tutto. Se qualcuno in Israele osasse suggerire che ci siamo lasciati alle spalle il 7 ottobre, le persone intorno a lui indicherebbero immediatamente un aereo di FlyDubai alto sopra le loro teste e lo rimprovererebbero per aver detto un’idiozia del genere: «Lo vedi?», insisterebbero, «ci stanno ancora massacrando». E anche se le uniche ferite gravi in quella vicenda sono quelle riportate dal pilota indiano, i media israeliani si sono affrettati a descriverlo come un coraggioso eroe che ha difeso Israele, anche se si è solo salvato la vita respingendo un terrorista squilibrato. Si è trattato di un pericolo chiaro e imminente ma specifico, eppure Netanyahu è già apparso in un video promozionale ben congegnato , con un jet da combattimento pronto a entrare in azione alle sue spalle, e ha detto alla popolazione ebraica che certamente gli iraniani ci attaccheranno nelle prossime settimane. E se non lo faranno, chissà, forse Israele attaccherà l’Iran, o qualche altro Stato confinante, in un’azione di autodifesa preventiva. Dopotutto, non ci sono molti luoghi nella regione che non abbiamo attaccato intanto che da tre anni a questa parte si trascina quel giorno interminabile: Gaza, il Libano, lo Yemen, il Qatar, la Cisgiordania e persino la Turchia potrebbero essere sulla lista, se quegli «antisemiti» dovessero fornirci una buona scusa. Per le famiglie in lutto e per gli ostaggi liberati, il trauma del 7 ottobre non potrà mai realmente finire. E neppure per il resto di noi, finché Netanyahu farà di tutto per non farlo finire. Perché sa che quando quel giorno terminerà, la nazione ferita, sanguinante che lo ha eletto potrebbe essere finalmente libera di dedicarsi a una sorta di introspezione e regolamento di conti ; noi israeliani potremmo smettere di credere alla narrazione secondo cui siamo ancora vittime di un massacro in corso. Se però Netanyahu giocherà bene le sue carte allarmistiche e riuscirà a sbandierare di continuo nuove minacce esistenziali, il 7 ottobre potrebbe durare in eterno. E una nuova minaccia c’è sempre: un sinistro tribunale all’Aia, un sindaco antisemita a New York, un numero indefinito di Paesi europei che criticano Israele. Non c’è mai stata carenza di minacce esistenziali per il popolo ebraico. Giusto nelle scorse settimane siamo stati aggrediti da una nuova minaccia particolarmente pericolosa, sotto forma di un documentario intitolato Naza. Dopo aver sgominato centinaia di terroristi armati e resistito a innumerevoli missili iraniani, la nostra coraggiosa nazione si trova ora a dover affrontare una nuova arma non convenzionale chiamata riflessione. Invece di attaccarci sguainando i coltelli, questi registi israeliani che odiano se stessi usano uno specchio con cui cercano di costringere i pochi israeliani abbastanza coraggiosi da guardarlo, a vedere se stessi; a contemplare le conseguenze delle loro azioni. E della loro inazione. E tutto questo, mentre il massacro a quanto pare continua. Non c’è nulla di più crudele che mettere uno specchio davanti a una vittima nel bel mezzo di un massacro , specialmente se l’immagine riflessa in quello specchio è quella di una vittima che ha le mani sporche di sangue. La soluzione di Netanyahu e del suo ministro della Cultura è stata quella di chiedere la revoca della cittadinanza dei registi . Trentuno anni fa, quando il primo ministro Yitzhak Rabin fu assassinato, nessuno propose di revocare la cittadinanza al suo assassino. Del resto, quell’uomo aveva semplicemente tentato di uccidere il processo di pace assassinando un primo ministro in carica, mentre quei due registi senza cuore hanno girato un film. E non un film qualsiasi, ma uno di quelli che ricevono lunghe standing ovation ai festival di tutto il mondo. Il pubblico applaude spudoratamente il film intanto che il «massacro» continua. Chiunque sia così ingenuo da credere che il 7 ottobre si deciderà a finire tra tre settimane, quando Israele terrà le elezioni e destituirà Netanyahu, dovrebbe pensarci meglio. Il «blocco del cambiamento» che si oppone all’attuale governo di guerra si è schierato quasi all’unanimità a favore dell’impegno della coalizione di Netanyahu di vietare a ogni singolo partito arabo di presentarsi alle elezioni. Si tratta di partiti che nel parlamento israeliano sono sempre stati presenti, rappresentando circa un quinto della popolazione del Paese. Ma questo era prima del 7 ottobre. Altri tempi. Ormai ci hanno convinto che stiamo combattendo per la nostra sopravvivenza, quindi non possiamo consentire a quella gente di tenere la testa alta. Quando le cose si saranno calmate un po’ e tornerà la ragionevolezza, valuteremo la possibilità di consentire ai cittadini palestinesi di Israele di eleggere liberamente i propri rappresentanti. Forse gli attuali leader dell’opposizione dedicheranno persino parte delle loro energie a bandire i partiti davvero antidemocratici, come quelli razzisti di Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir . Ma non ora. È un lusso per cui si dovrà aspettare un altro momento. Nel frattempo, tenete gli occhi aperti e state all’erta: il 7 ottobre è ancora qui. Non è una data o un evento limitato nel tempo, ma uno stato d’animo. E con o senza Netanyahu, temo che possa non finire mai. (traduzione Fabio Cremonesi)

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