Giulia sdraiata su un tetto, il naso all’insù: i suoi sogni. Giulia con la testa dentro una bolla piena di nuvole: i pensieri. Giulia in equilibrio precario per arrivare ai biscotti: la sua tenacia. Giulia nel suo tratto, semplice, pulito, gentile. Come lei. La vita di una ragazza disegnata, e per sempre cristallizzata, su un foglio bianco. «Il sorriso più bello che mi abbia regalato è legato alla sua passione per il disegno. Le illuminò il viso quando le dissi che poteva frequentare la scuola per illustratori, anche se studiava Ingegneria, che ero felice per lei», ricorda Gino Cecchettin , papà di Giulia . Da domani, i disegni di Giulia, insieme a quelli di 40 studenti del Naba e della Scuola internazionale di comics, saranno in mostra nella sede del Banco BPM di piazza Meda, a Milano. BPM sostiene Se domani non torno, il film di Paola Randi prodotto da Notorius Pictures sugli ultimi giorni della 22enne veneta uccisa dall’ex fidanzato l’11 novembre 2023. Il Corriere della Sera, da sempre vicino alla Fondazione Giulia Cecchettin, è media partner di queste iniziative. Incontriamo il papà di Giulia al liceo classico Beccaria di Milano. L’aula magna è stracolma, i ragazzi lo hanno ascoltato per due ore, gli hanno fatto molte domande, si sono commossi. Gino è stanco, ma contento. «E dire che stamattina stavo malissimo, non me la sentivo di venire, ma mi sono fatto forza perché questo è il senso del mio impegno. E ho fatto bene». Che cosa la faceva stare malissimo? «A volte basta poco, un oggetto, un ricordo che riaffiora, per sprofondare nel dolore. Stavolta è stato vedere la sua auto: quella che guidava Giulia». Accade spesso? «Mi capita di parlarle o di volerle dirle qualcosa e subito rendermi conto che non posso. Succede anche con mia madre, che ho perso un anno e mezzo fa. Mi viene di chiamarla, prendo il telefono in mano, poi mi blocco». Nel giro di pochi anni lei ha perso tre donne amatissime: moglie, figlia e madre. Eppure è qui, con la luce che emana. Come fa? «Ho dovuto guardare dentro me stesso, riflettere sugli eventi della mia vita, capire. Sono stato aiutato naturalmente. Anche i libri hanno fatto la loro parte». Quali, in particolare? «Vede, io ero una persona diversa. Fino a prima che si ammalasse mia moglie leggevo solo testi motivazionali e tecnici, sulle vendite, sulla carriera. Non sapevo cosa significasse immergersi in un romanzo o in un saggio di psicologia o sociologia. Poi un giorno ho visto Giulia con Jane Austen. “Che ci trovi?”, le ho chiesto. L’ho ascoltata. È iniziato tutto lì». Un altro lascito di Giulia, l’amore per la lettura. L’amore che ha seminato si coglie bene nel film. Che effetto le ha fatto rivedere sua figlia nel corpo e nella voce di Sabrina Martina e lei in quelli di Filippo Timi? «Timi è un gigante e io mi sento piccolo davanti a lui. Martina è bravissima, come tutti gli attori, ma mi sono dovuto astrarre perché le emozioni non prendessero il sopravvento. Ho dovuto focalizzarmi sul messaggio. Tutto ciò che ho fatto, dal libro in poi, l’ho fatto perché arrivi quel messaggio: il rispetto dell’altro. C’è chi ci ha voluto vedere una smania di successo: si sbaglia. Quello che mi guida è uno spirito da missionario». Ha mai avuto un cedimento? Hai mai pensato di smettere? «Con tutto il male che ti arriva addosso a volte ti chiedi se ne valga la pena, l’impegno, l’esposizione». Si riferisce alle critiche? «Non solo. Anche ai ricatti emotivi. Quelli di chi ti dice “sei una delusione” o “ti credevo una persona diversa” solo perché gli hai detto di no a un invito. Perché non potevi». Poche settimane fa, un altro padre, il papà di Lorena Isceri , gettata dal cavalcavia dal suo ex, ha pronunciato parole che a tutti hanno ricordato lei: la pacatezza, la mancanza di odio, la speranza. Vi siete sentiti? «No. Io faccio un passo indietro davanti al dolore. Ma il signor Isceri sappia che, se vorrà e se mi cercherà, io ci sarò per lui». Dopo l’ennesimo femminicidio il «Corriere» ha aperto uno spazio sul sito per accogliere le proposte dei lettori sul tema con l’idea di portare quelle praticabili nelle sedi competenti. Una è quella del numero per gli uomini maltrattanti. Cosa ne pensa? «Che va bene tutto ciò che può evitare i peggiori epiloghi. Bisognerebbe lavorare di più sugli uomini: andare nelle palestre, negli stadi a spiegare il rispetto». Sente ancora i genitori di Turetta? «Un messaggio ogni tanto. Ma penso spesso a loro, a quanto la loro vita sia più dura della nostra. I Turetta sono la famiglia dell’assassino, subiscono il giudizio della società, certo la gente non li ferma per strada per abbracciarli o dar loro solidarietà. Credo siano soli, andrebbero aiutati». Come stanno Elena e Davide, gli altri suoi figli? «Vanno avanti con i loro studi fra alti e bassi. Ma noi tre ci puntelliamo a vicenda».
I disegni di Giulia Cecchettin in mostra. Il papà Gino: «A volte mi ritrovo ancora a parlare con lei. Mi arriva tanto male che mollerei tutto»
Giulia sdraiata su un tetto, il naso all’insù: i suoi sogni. Giulia con la testa dentro una bolla piena di nuvole: i pensieri. Giulia in equilibrio precario per arrivare ai biscotti: la sua tenacia. Giulia nel suo tratto, semplice, pulito, gentile. Come lei. La vita di una ragazza disegnata, e per sempre cristallizzata, su un foglio bianco. «Il sorriso più bello che mi abbia regalato è legato alla sua passione per il disegno. Le illuminò il viso quando le dissi che poteva frequentare la scuola per illustratori, anche se studiava Ingegneria, che ero felice per lei», ricorda Gino Cecchettin , papà di Giulia . Da domani, i disegni di Giulia, insieme a quelli di 40 studenti del Naba e della Scuola internazionale di comics, saranno in mostra nella sede del Banco BPM di piazza Meda, a Milano. BPM sostiene Se domani non torno, il film di Paola Randi prodotto da Notorius Pictures sugli ultimi giorni della 22enne veneta uccisa dall’ex fidanzato l’11 novembre 2023. Il Corriere della Sera, da sempre vicino alla Fondazione Giulia Cecchettin, è media partner di queste iniziative. Incontriamo il papà di Giulia al liceo classico Beccaria di Milano. L’aula magna è stracolma, i ragazzi lo hanno ascoltato per due ore, gli hanno fatto molte domande, si sono commossi. Gino è stanco, ma contento. «E dire che stamattina stavo malissimo, non me la sentivo di venire, ma mi sono fatto forza perché questo è il senso del mio impegno. E ho fatto bene». Che cosa la faceva stare malissimo? «A volte basta poco, un oggetto, un ricordo che riaffiora, per sprofondare nel dolore. Stavolta è stato vedere la sua auto: quella che guidava Giulia». Accade spesso? «Mi capita di parlarle o di volerle dirle qualcosa e subito rendermi conto che non posso. Succede anche con mia madre, che ho perso un anno e mezzo fa. Mi viene di chiamarla, prendo il telefono in mano, poi mi blocco». Nel giro di pochi anni lei ha perso tre donne amatissime: moglie, figlia e madre. Eppure è qui, con la luce che emana. Come fa? «Ho dovuto guardare dentro me stesso, riflettere sugli eventi della mia vita, capire. Sono stato aiutato naturalmente. Anche i libri hanno fatto la loro parte». Quali, in particolare? «Vede, io ero una persona diversa. Fino a prima che si ammalasse mia moglie leggevo solo testi motivazionali e tecnici, sulle vendite, sulla carriera. Non sapevo cosa significasse immergersi in un romanzo o in un saggio di psicologia o sociologia. Poi un giorno ho visto Giulia con Jane Austen. “Che ci trovi?”, le ho chiesto. L’ho ascoltata. È iniziato tutto lì». Un altro lascito di Giulia, l’amore per la lettura. L’amore che ha seminato si coglie bene nel film. Che effetto le ha fatto rivedere sua figlia nel corpo e nella voce di Sabrina Martina e lei in quelli di Filippo Timi? «Timi è un gigante e io mi sento piccolo davanti a lui. Martina è bravissima, come tutti gli attori, ma mi sono dovuto astrarre perché le emozioni non prendessero il sopravvento. Ho dovuto focalizzarmi sul messaggio. Tutto ciò che ho fatto, dal libro in poi, l’ho fatto perché arrivi quel messaggio: il rispetto dell’altro. C’è chi ci ha voluto vedere una smania di successo: si sbaglia. Quello che mi guida è uno spirito da missionario». Ha mai avuto un cedimento? Hai mai pensato di smettere? «Con tutto il male che ti arriva addosso a volte ti chiedi se ne valga la pena, l’impegno, l’esposizione». Si riferisce alle critiche? «Non solo. Anche ai ricatti emotivi. Quelli di chi ti dice “sei una delusione” o “ti credevo una persona diversa” solo perché gli hai detto di no a un invito. Perché non potevi». Poche settimane fa, un altro padre, il papà di Lorena Isceri , gettata dal cavalcavia dal suo ex, ha pronunciato parole che a tutti hanno ricordato lei: la pacatezza, la mancanza di odio, la speranza. Vi siete sentiti? «No. Io faccio un passo indietro davanti al dolore. Ma il signor Isceri sappia che, se vorrà e se mi cercherà, io ci sarò per lui». Dopo l’ennesimo femminicidio il «Corriere» ha aperto uno spazio sul sito per accogliere le proposte dei lettori sul tema con l’idea di portare quelle praticabili nelle sedi competenti. Una è quella del numero per gli uomini maltrattanti. Cosa ne pensa? «Che va bene tutto ciò che può evitare i peggiori epiloghi. Bisognerebbe lavorare di più sugli uomini: andare nelle palestre, negli stadi a spiegare il rispetto». Sente ancora i genitori di Turetta? «Un messaggio ogni tanto. Ma penso spesso a loro, a quanto la loro vita sia più dura della nostra. I Turetta sono la famiglia dell’assassino, subiscono il giudizio della società, certo la gente non li ferma per strada per abbracciarli o dar loro solidarietà. Credo siano soli, andrebbero aiutati». Come stanno Elena e Davide, gli altri suoi figli? «Vanno avanti con i loro studi fra alti e bassi. Ma noi tre ci puntelliamo a vicenda».

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