Il 6 ottobre assegnano il Nobel per la Fisica e io ho deciso di fare una cosa che una fisica o un fisico dovrebbe evitare con cura: prevedere il futuro. È un’attività che di solito lasciamo agli amici che a gennaio sanno già chi vincerà il campionato, a quelli che leggono Mercurio retrogrado, e agli economisti. Noi fisici siamo prudenti. Facciamo previsioni solo quando abbiamo equazioni, dati, condizioni iniziali e possibilmente nessuno che ci chieda conto del risultato sei giorni dopo. Questa volta mi espongo. Il Nobel per la Fisica è un animale strano. Non premia la scoperta dell’anno: spesso aspetta decenni per capire se era davvero importante. Stoccolma ha una relazione molto seria con il tempo : lascia sedimentare le idee, guarda quali cambiano davvero la fisica e poi, quando tutti ormai le insegnano agli studenti, dice: bene, forse ci siamo. (E difficilmente premia donne. Su 230 attribuzioni Nobel per la Fisica, 5 sono andate a una donna: il 2,17 per cento. Ma questa è un’altra storia. Molto breve, evidentemente.) Quindi per provare a indovinare bisogna guardare indietro mentre tutti guardano avanti . Un indizio arriva da Clarivate , che ogni anno indica ricercatori con lavori considerati «Nobel class» . Dal 2002, 89 dei suoi Citation Laureates hanno poi ricevuto il Nobel. Non significa che vinceranno, ma restringe il tavolo delle scommesse. Le piste seguite. Quest’anno, in fisica, ci sono alcune piste che mi interessano. La prima porta ai materiali quantistici. Qikun Xue è stato indicato per l’osservazione sperimentale dell’effetto Hall quantistico anomalo. Il nome è già un piccolo test di resistenza, ma l’idea è meravigliosa: la corrente può muoversi lungo i bordi di un materiale senza il campo magnetico esterno richiesto nell’effetto Hall quantistico tradizionale. Detta meno educatamente: l’elettrone trova una strada laterale. Naturalmente mi è simpatico. Seconda pista: Nicola Spaldin , fisica dei materiali all’ETH di Zurigo. Ha lavorato sui multiferroici magnetoelettrici: materiali in cui proprietà elettriche e magnetiche convivono e si influenzano. Detta così sembra una riunione di condominio particolarmente riuscita. In realtà queste proprietà, normalmente, non hanno nessuna voglia di abitare insieme. Spaldin ha anche progettato materiali capaci di aprire la strada a dispositivi che consumano meno energia. La fisica, ogni tanto, arriva al punto in cui deve pagare la bolletta. Poi c’è John Pendry . Il suo nome torna da anni. I metamateriali permettono di controllare le onde elettromagnetiche e hanno alimentato persino l’idea dei mantelli dell’invisibilità. Che è un’idea scientifica serissima, anche se pronunciata ad alta voce fa immediatamente arrivare Harry Potter nella stanza e poi diventa difficile mandarlo via. Infine i computer quantistici. David DiVincenzo e Daniel Loss sono da tempo tra i nomi importanti per l’architettura dei qubit di spin nei quantum dots. «Sì, ma a cosa serve?» A questo punto arriva la domanda: «Sì, ma a cosa serve?». Alla fisica chiediamo di giustificarsi come se fossimo da Brico con un pezzo di universo in mano: dove lo monto? Servono i tasselli? È compatibile col cartongesso? E magari vorremmo anche il tutorial. Il problema è che la ricerca fondamentale funziona al contrario: prima scopre una cosa, poi magari dopo vent’anni scopriamo che ci serviva . Il laser, la relatività, la meccanica quantistica. Se avessimo chiesto sempre «a cosa serve?» prima di cominciare, probabilmente oggi avremmo solo caverne, ma molto efficienti. E con ottimi tasselli. Se devo scegliere, scelgo. Metto due cerchi: uno attorno a Qikun Xue, l’altro attorno a Nicola Spaldin. Una donna tra i pretendenti. A Stoccolma controlleranno due volte. Forse è questa la partita più interessante della fisica di oggi: non solo capire la materia. Cominciare a dirle che cosa vorremmo facesse. La fisica del Novecento ci ha insegnato quanto sia strano il mondo. Quella di oggi sta imparando a usare quella stranezza. Naturalmente potrei sbagliare tutto. Il 6 ottobre apriranno la porta, pronunceranno uno o più nomi e per qualche secondo tutti faranno finta di sapere chi siano. Poi partiranno le ricerche online. Io avrò due possibilità. Se avrò indovinato, dirò che era fisica. Se avrò sbagliato, dirò che era statistica.
Greison: chi vincerà il Nobel per la Fisica? I 5 nomi su cui punto (e tra loro c'è una donna)
Il 6 ottobre assegnano il Nobel per la Fisica e io ho deciso di fare una cosa che una fisica o un fisico dovrebbe evitare con cura: prevedere il futuro. È un’attività che di solito lasciamo agli amici che a gennaio sanno già chi vincerà il campionato, a quelli che leggono Mercurio retrogrado, e agli economisti. Noi fisici siamo prudenti. Facciamo previsioni solo quando abbiamo equazioni, dati, condizioni iniziali e possibilmente nessuno che ci chieda conto del risultato sei giorni dopo. Questa volta mi espongo. Il Nobel per la Fisica è un animale strano. Non premia la scoperta dell’anno: spesso aspetta decenni per capire se era davvero importante. Stoccolma ha una relazione molto seria con il tempo : lascia sedimentare le idee, guarda quali cambiano davvero la fisica e poi, quando tutti ormai le insegnano agli studenti, dice: bene, forse ci siamo. (E difficilmente premia donne. Su 230 attribuzioni Nobel per la Fisica, 5 sono andate a una donna: il 2,17 per cento. Ma questa è un’altra storia. Molto breve, evidentemente.) Quindi per provare a indovinare bisogna guardare indietro mentre tutti guardano avanti . Un indizio arriva da Clarivate , che ogni anno indica ricercatori con lavori considerati «Nobel class» . Dal 2002, 89 dei suoi Citation Laureates hanno poi ricevuto il Nobel. Non significa che vinceranno, ma restringe il tavolo delle scommesse. Le piste seguite. Quest’anno, in fisica, ci sono alcune piste che mi interessano. La prima porta ai materiali quantistici. Qikun Xue è stato indicato per l’osservazione sperimentale dell’effetto Hall quantistico anomalo. Il nome è già un piccolo test di resistenza, ma l’idea è meravigliosa: la corrente può muoversi lungo i bordi di un materiale senza il campo magnetico esterno richiesto nell’effetto Hall quantistico tradizionale. Detta meno educatamente: l’elettrone trova una strada laterale. Naturalmente mi è simpatico. Seconda pista: Nicola Spaldin , fisica dei materiali all’ETH di Zurigo. Ha lavorato sui multiferroici magnetoelettrici: materiali in cui proprietà elettriche e magnetiche convivono e si influenzano. Detta così sembra una riunione di condominio particolarmente riuscita. In realtà queste proprietà, normalmente, non hanno nessuna voglia di abitare insieme. Spaldin ha anche progettato materiali capaci di aprire la strada a dispositivi che consumano meno energia. La fisica, ogni tanto, arriva al punto in cui deve pagare la bolletta. Poi c’è John Pendry . Il suo nome torna da anni. I metamateriali permettono di controllare le onde elettromagnetiche e hanno alimentato persino l’idea dei mantelli dell’invisibilità. Che è un’idea scientifica serissima, anche se pronunciata ad alta voce fa immediatamente arrivare Harry Potter nella stanza e poi diventa difficile mandarlo via. Infine i computer quantistici. David DiVincenzo e Daniel Loss sono da tempo tra i nomi importanti per l’architettura dei qubit di spin nei quantum dots. «Sì, ma a cosa serve?» A questo punto arriva la domanda: «Sì, ma a cosa serve?». Alla fisica chiediamo di giustificarsi come se fossimo da Brico con un pezzo di universo in mano: dove lo monto? Servono i tasselli? È compatibile col cartongesso? E magari vorremmo anche il tutorial. Il problema è che la ricerca fondamentale funziona al contrario: prima scopre una cosa, poi magari dopo vent’anni scopriamo che ci serviva . Il laser, la relatività, la meccanica quantistica. Se avessimo chiesto sempre «a cosa serve?» prima di cominciare, probabilmente oggi avremmo solo caverne, ma molto efficienti. E con ottimi tasselli. Se devo scegliere, scelgo. Metto due cerchi: uno attorno a Qikun Xue, l’altro attorno a Nicola Spaldin. Una donna tra i pretendenti. A Stoccolma controlleranno due volte. Forse è questa la partita più interessante della fisica di oggi: non solo capire la materia. Cominciare a dirle che cosa vorremmo facesse. La fisica del Novecento ci ha insegnato quanto sia strano il mondo. Quella di oggi sta imparando a usare quella stranezza. Naturalmente potrei sbagliare tutto. Il 6 ottobre apriranno la porta, pronunceranno uno o più nomi e per qualche secondo tutti faranno finta di sapere chi siano. Poi partiranno le ricerche online. Io avrò due possibilità. Se avrò indovinato, dirò che era fisica. Se avrò sbagliato, dirò che era statistica.

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