Nella mattina del 10 settembre, un video girato a Mokha , sulla costa yemenita del Mar Rosso, ha mostrato pickup carichi di uomini armati che sfilano lungo la via principale della città, tra le insegne dei negozi ancora accese. Dall'audio, una voce grida lo slogan houthi: «Morte all'America, morte a Israele». Mokha, l'antico scalo del commercio del caffè, dista meno di 80 chilometri da Bab el-Mandeb . Non è un dettaglio geografico qualsiasi: da cinque mesi, da quando l'Iran ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, è proprio lo stretto tra Yemen e Corno d'Africa a tenere in piedi ciò che resta dell' export petrolifero saudita. All’inizio dell’estate l'export dai terminali di Yanbu, sul mar Rosso, aveva toccato il record di 5,9 milioni di barili al giorno. Per Bab el-Mandeb transitavano ancora 6,2 milioni di barili al giorno, secondo Kpler. Oggi quei numeri sono da riscrivere. Le esportazioni petrolifere saudite sono scese in agosto a 3,2 milioni di barili al giorno, il livello più basso da almeno tredici anni , e nell'ultima settimana solo due carichi sauditi avrebbero attraversato Bab el-Mandeb verso il Mar Rosso. L'Arabia Saudita, poi, ha comunicato all'Opec che la propria produzione è scesa al minimo dal 1990 . Un dato di produzione, non di export, ma che racconta un’analoga traiettoria. Nel frattempo, Riad aveva già dovuto attivare un piano C: dopo il blocco navale dichiarato dagli Houthi il 20 luglio, parte del greggio era stata dirottata più a nord, verso l’oleodotto che bypassa il Canale di Suez, rotta mediterranea più costosa e più lunga di settimane verso i clienti asiatici. I transiti mercantili a Bab el-Mandeb in agosto sono stati i più bassi da luglio 2025, in media 35 al giorno secondo Leth Agencies, in ulteriore calo rispetto ai livelli già compressi di luglio. La caduta di Mokha, peraltro, non è vista come un punto d'arrivo ma come una tappa. Reparti Houthi si stanno già dispiegando sulle Isole Hanish, nel mezzo del Mar Rosso, appena a nord dello stretto. Il prossimo obiettivo potrebbe essere l'isola di Perim, proprio alla bocca di Bab el-Mandeb. Se gli Houthi arrivassero a controllare l'imboccatura dello stretto entrambi i principali choke point della penisola arabica finirebbero sotto l'influenza di Iran e alleati . E in questo frangente vale ancora quanto ricordava cinque mesi fa l'ammiraglio Usa in congedo James Stavridis a proposito di Hormuz: non serve chiudere fisicamente uno stretto, bastano colpi occasionali e minacce credibili a tenere lontani armatori ed equipaggi. Sul fronte opposto della penisola, intanto, l'escalation è tornata a farsi diretta. Anche se da qualche giorno non si contano più gli attacchi e contrattacchi, resta un dato di base, ovvero che le scorte navali Usa continuano a far passare un flusso ridotto di petroliere attraverso Hormuz (sarebbero circa undici milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti, secondo il segretario all'Energia Chris Wright) a un costo enorme ma sufficiente, finora, ad evitare un'ulteriore impennata dei prezzi. Uno sforzo che non basta però a colmare del tutto il buco: l e scorte Usa di diesel sono attese scendere questo mese al livello più basso in oltre vent'anni, secondo l'Energy Information Administration, mentre il prezzo al dettaglio si avvicina ai 6 dollari al gallone. Il risultato, sui mercati, è un Brent che giovedì ha toccato i 107 dollari, il 75% in più da inizio anno, pur restando sotto il picco di guerra di 126 dollari di aprile, e un Dated Brent, il benchmark fisico che fissa il prezzo di circa due terzi del greggio mondiale, a 120 dollari, spinto da nuovi acquisti asiatici. Il punto che nei resoconti resta più sullo sfondo, e che invece serve a spiegare il resto, è perché l'Iran scelga proprio ora di alzare il tiro . Non è la mossa di chi sta vincendo: è, spiegano gli analisti, il calcolo di una leadership che sente che la leva economica e quella militare sono sempre meno efficaci, e che nell'attacco diretto vede l'unica carta rimasta per invertire la rotta. Alzare il prezzo del conflitto dovrebbe servire a strappare agli Usa condizioni migliori di quelle che il logoramento avrebbe garantito. Sul piano economico Teheran è in difficoltà : il blocco navale americano ha reso quasi impossibile l'export di petrolio, principale fonte di reddito del Paese, in un'economia già segnata da un'inflazione attorno al 90% e da una moneta in caduta (martedì il governo ha dovuto alzare alcuni prezzi della benzina per carenza di carburante). Sul piano militare a rendere sempre più inefficace la leva di Teheran è proprio la tenuta parziale dello Stretto di Hormuz: il fatto che le scorte navali Usa facciano passare un flusso ridotto ma continuo di petroliere attraverso Hormuz (gli undici milioni di barili rivendicati da Wright, ma sarebbero meno) è un’operazione costosa per Washington ma che sta lentamente spuntando proprio l'arma della chiusura. È questo logoramento economico e militare insieme, che spinge Teheran all’escalation. A tutto ciò, sempre secondo gli analisti, si somma un calcolo di tempistica politica: le elezioni di midterm americane del 3 novembre aprono per Teheran una finestra in cui un conflitto costoso e impopolare può danneggiare Trump e i repubblicani, e spingerli a un accordo più favorevole per l’Iran. Quale momento migliore dell’attuale, visto che dopo il voto Trump si sentirebbe comunque libero di agire, legittimato se vincente, oppure senza più nulla da perdere nel caso opposto? Il paradosso è che questa escalation calcolata rischia di produrre il contrario di ciò che Teheran si aspetta. Mentre Trump ripete che il conflitto finirà “immediatamente” dopo le elezioni di midterm, il vicepresidente Vance e il segretario di Stato Rubio avrebbero detto al presidente che la guerra, proprio per la disperazione della leadership iraniana, potrebbe protrarsi fino alla fine del suo mandato, nel gennaio 2029 . Resta il paradosso di cinque mesi fa, quando l'Arabia Saudita aveva perso Hormuz ma le restava Yanbu. Oggi anche Yanbu, di fatto, non basta più: il porto di sbocco resta in piedi, ma la strada che lo collega al mondo è quella su cui gli Houthi stanno issando la propria bandiera, un porto alla volta.
Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano Bab el-Mandeb: cosa succede al petrolio e perché adesso l’Iran alza il tiro
Nella mattina del 10 settembre, un video girato a Mokha , sulla costa yemenita del Mar Rosso, ha mostrato pickup carichi di uomini armati che sfilano lungo la via principale della città, tra le insegne dei negozi ancora accese. Dall'audio, una voce grida lo slogan houthi: «Morte all'America, morte a Israele». Mokha, l'antico scalo del commercio del caffè, dista meno di 80 chilometri da Bab el-Mandeb . Non è un dettaglio geografico qualsiasi: da cinque mesi, da quando l'Iran ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, è proprio lo stretto tra Yemen e Corno d'Africa a tenere in piedi ciò che resta dell' export petrolifero saudita. All’inizio dell’estate l'export dai terminali di Yanbu, sul mar Rosso, aveva toccato il record di 5,9 milioni di barili al giorno. Per Bab el-Mandeb transitavano ancora 6,2 milioni di barili al giorno, secondo Kpler. Oggi quei numeri sono da riscrivere. Le esportazioni petrolifere saudite sono scese in agosto a 3,2 milioni di barili al giorno, il livello più basso da almeno tredici anni , e nell'ultima settimana solo due carichi sauditi avrebbero attraversato Bab el-Mandeb verso il Mar Rosso. L'Arabia Saudita, poi, ha comunicato all'Opec che la propria produzione è scesa al minimo dal 1990 . Un dato di produzione, non di export, ma che racconta un’analoga traiettoria. Nel frattempo, Riad aveva già dovuto attivare un piano C: dopo il blocco navale dichiarato dagli Houthi il 20 luglio, parte del greggio era stata dirottata più a nord, verso l’oleodotto che bypassa il Canale di Suez, rotta mediterranea più costosa e più lunga di settimane verso i clienti asiatici. I transiti mercantili a Bab el-Mandeb in agosto sono stati i più bassi da luglio 2025, in media 35 al giorno secondo Leth Agencies, in ulteriore calo rispetto ai livelli già compressi di luglio. La caduta di Mokha, peraltro, non è vista come un punto d'arrivo ma come una tappa. Reparti Houthi si stanno già dispiegando sulle Isole Hanish, nel mezzo del Mar Rosso, appena a nord dello stretto. Il prossimo obiettivo potrebbe essere l'isola di Perim, proprio alla bocca di Bab el-Mandeb. Se gli Houthi arrivassero a controllare l'imboccatura dello stretto entrambi i principali choke point della penisola arabica finirebbero sotto l'influenza di Iran e alleati . E in questo frangente vale ancora quanto ricordava cinque mesi fa l'ammiraglio Usa in congedo James Stavridis a proposito di Hormuz: non serve chiudere fisicamente uno stretto, bastano colpi occasionali e minacce credibili a tenere lontani armatori ed equipaggi. Sul fronte opposto della penisola, intanto, l'escalation è tornata a farsi diretta. Anche se da qualche giorno non si contano più gli attacchi e contrattacchi, resta un dato di base, ovvero che le scorte navali Usa continuano a far passare un flusso ridotto di petroliere attraverso Hormuz (sarebbero circa undici milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti, secondo il segretario all'Energia Chris Wright) a un costo enorme ma sufficiente, finora, ad evitare un'ulteriore impennata dei prezzi. Uno sforzo che non basta però a colmare del tutto il buco: l e scorte Usa di diesel sono attese scendere questo mese al livello più basso in oltre vent'anni, secondo l'Energy Information Administration, mentre il prezzo al dettaglio si avvicina ai 6 dollari al gallone. Il risultato, sui mercati, è un Brent che giovedì ha toccato i 107 dollari, il 75% in più da inizio anno, pur restando sotto il picco di guerra di 126 dollari di aprile, e un Dated Brent, il benchmark fisico che fissa il prezzo di circa due terzi del greggio mondiale, a 120 dollari, spinto da nuovi acquisti asiatici. Il punto che nei resoconti resta più sullo sfondo, e che invece serve a spiegare il resto, è perché l'Iran scelga proprio ora di alzare il tiro . Non è la mossa di chi sta vincendo: è, spiegano gli analisti, il calcolo di una leadership che sente che la leva economica e quella militare sono sempre meno efficaci, e che nell'attacco diretto vede l'unica carta rimasta per invertire la rotta. Alzare il prezzo del conflitto dovrebbe servire a strappare agli Usa condizioni migliori di quelle che il logoramento avrebbe garantito. Sul piano economico Teheran è in difficoltà : il blocco navale americano ha reso quasi impossibile l'export di petrolio, principale fonte di reddito del Paese, in un'economia già segnata da un'inflazione attorno al 90% e da una moneta in caduta (martedì il governo ha dovuto alzare alcuni prezzi della benzina per carenza di carburante). Sul piano militare a rendere sempre più inefficace la leva di Teheran è proprio la tenuta parziale dello Stretto di Hormuz: il fatto che le scorte navali Usa facciano passare un flusso ridotto ma continuo di petroliere attraverso Hormuz (gli undici milioni di barili rivendicati da Wright, ma sarebbero meno) è un’operazione costosa per Washington ma che sta lentamente spuntando proprio l'arma della chiusura. È questo logoramento economico e militare insieme, che spinge Teheran all’escalation. A tutto ciò, sempre secondo gli analisti, si somma un calcolo di tempistica politica: le elezioni di midterm americane del 3 novembre aprono per Teheran una finestra in cui un conflitto costoso e impopolare può danneggiare Trump e i repubblicani, e spingerli a un accordo più favorevole per l’Iran. Quale momento migliore dell’attuale, visto che dopo il voto Trump si sentirebbe comunque libero di agire, legittimato se vincente, oppure senza più nulla da perdere nel caso opposto? Il paradosso è che questa escalation calcolata rischia di produrre il contrario di ciò che Teheran si aspetta. Mentre Trump ripete che il conflitto finirà “immediatamente” dopo le elezioni di midterm, il vicepresidente Vance e il segretario di Stato Rubio avrebbero detto al presidente che la guerra, proprio per la disperazione della leadership iraniana, potrebbe protrarsi fino alla fine del suo mandato, nel gennaio 2029 . Resta il paradosso di cinque mesi fa, quando l'Arabia Saudita aveva perso Hormuz ma le restava Yanbu. Oggi anche Yanbu, di fatto, non basta più: il porto di sbocco resta in piedi, ma la strada che lo collega al mondo è quella su cui gli Houthi stanno issando la propria bandiera, un porto alla volta.

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