NEW YORK Quanto l’abbiamo amato, Delpo. È stato un sorso di mate al banchetto pantagruelico dei Big Three, l’ultimo vincitore Slam non europeo. Qui, nel 2009, un’era geologica fa. Ritrovare a Flushing Juan Martin Del Potro, classe ‘88, analista per il canale latinoamericano di Espn, significa fare un tuffo nel passato. In quel passato. Ha il polso destro pieno di cicatrici, porta in giro 198 centimetri martoriati dagli infortuni: tenere il passo degli dei del tennis, tutti battuti nel loro prime (Delpo ha chiuso 4-16 con Djokovic, 6-11 con Nadal e 7-18 con Federer, che sconfisse all’Open Usa in una finale mitica dopo averci perso sei volte di fila), gli ha richiesto uno sforzo brutale, di cui porta addosso i segni. Ma gli occhi, sopra la barbetta elettrica, sono ancora buoni. Juan Martin, la tv le piace? «Sono passato dall’altra parte della barricata, ora siamo colleghi... Il debutto su Espn non è stato facile: Alcaraz-Shelton è finita alle 3.30 del mattino! D’altronde ha senso che fosse questo, il mio Slam, il torneo con cui cominciare questa bella avventura». Benvenuto nel club. «Tornare a Flushing riaccende ricordi straordinari, mi fa stare bene. Per non avere dolori sono stato costretto a smettere quasi del tutto di giocare a tennis, quando mi chiedono di partecipare al torneo delle leggende devo fare infiltrazioni di antinfiammatori... Ogni tanto mi dedico al padel, ma solo con avversari scarsissimi! Ma anche il padel è troppo aggressivo per le mie ginocchia...». Il pegno pagato all’epopea più gloriosa del tennis è stato così alto? «Le dico solo che ho preparato la trasferta a New York, dove sapevo che avrei assistito a un livello di gioco stratosferico con la certezza di non poter colpire la palla nemmeno da fermo, insieme al mio psicologo. So che dovrei averlo già accettato ma il pensiero di essermi dovuto ritirare per colpa gli infortuni è ancora frustrante». Il circuito Atp miete tutt’oggi vittime: Alcaraz è stato fuori più di quattro mesi, Sinner è ai box. È preoccupato del futuro del tennis, avanti così? «Questi ragazzi devono essere performanti ogni settimana dell’anno: è troppo. Ma sono così superiori agli altri che, anche se non giocano a lungo, non scendono in classifica. Io, come mi fermavo, perdevo ranking. Ha ragione Carlitos quando dice che giocherà i tornei che vuole, non quelli a cui gli chiedono di presenziare. Credo che tra i top players diventerà un trend diffuso. È giusto ascoltare il proprio fisico. Il mio errore, a differenza di Alcaraz, fu non dare al polso tutto il tempo che richiedeva per guarire definitivamente. Vederlo uscire dal campo con il sorriso, pur sconfitto da Shelton, è stata una gioia». Pensa che domani gli Usa possano rompere l’incantesimo degli Slam dominati dall’Europa per 17 anni? «Un fenomeno della portata dei Big Three non ci sarà mai più. L’incantesimo è destinato a finire: nella finale dell’Open Usa o presto, grazie al brasiliano Fonseca che è un predestinato. Il Sudamerica non è l’Europa: non ci sono le stesse strutture né gli stessi budget. È più difficile competere con le stesse armi quando si viene da quella parte di mondo». Come sta il tennis in Sudamerica? « Abbiamo pochi mezzi, ma una passione enorme. Argentini, brasiliani, cileni… Il tennis in Sudamerica è vivo, Fonseca è una sicura stella ma emergeranno altri talenti, ne sono certo, perché il potenziale di quella parte di mondo è enorme». Si rivede in qualcuno, oggi? «Mi piace tanto Rafa Jodar: alto, solido dal fondo, buona combinazione servizio-dritto. Credo abbia un potenziale enorme». Le piacerebbe allenarlo, affiancando il padre? «Oh no, ho ricevuto offerte dai top players ma non sono pronto. Da giocatore ho sofferto troppo i viaggi, gli aerei, le trasferte lontano da casa: non mi sento di riprendere quella vita. Commentare il tennis per Espn, al momento è più che sufficiente». Se potesse giocare un ultimo match con un tennista attuale, chi affronterebbe? Federer, a questa stessa domanda, ha risposto Alcaraz. «Lo seguo. A me Jannik ricorda moltissimo le caratteristiche di Djokovic: l’elasticità, la velocità e la solidità dal fondo, l’intelligenza. Ma Carlitos è un essere speciale, ha qualcosa di più: l’empatia con cui sa connettersi con la gente. Ha sangue latino e un sorriso che conquista chiunque. Certo dovrei chiedergli di non giocare drop shot: non ci arriverei mai!». Lei ha una relazione speciale con Djokovic, che partecipò al match-esibizione in occasione del suo ritiro a Buenos Aires nel 2024. « Amo ancora veder giocare Novak, che vinca o perda. E’ una persona fuori dal comune: a me ricorda Leo Messi, che recentemente si è ritirato dalla Nazionale argentina facendomi piangere... Novak e Leo sono quei giganti dello sport che ispirano tutti, che traggono linfa dalla passione che nutrono per ciò che fanno, solo uno degli aspetti che ne giustificano la straordinaria longevità. Quando Djokovic e Messi si ritireranno per sempre, il mondo sarà decisamente più povero. Non ci sarà mai più nessuno come loro». Cosa le manca di più del tennis? «L’energia dello stadio pieno: ventimila persone che ti applaudono a New York sono il senso di questo sport. Il 14 settembre 2009, quando ho sollevato il trofeo dell’Open Usa battendo Federer, è stato il giorno più felice della mia vita (Del Potro si commuove , ndr ). Ma se avessi saputo cosa tutto ciò mi sarebbe costato, ci avrei pensato due volte».