La Ferrari celebra il 1996 con la livrea dedicata a Michael Schumacher , che in quell’anno vinse il Gp di casa. A conquistare il Mondiale fu invece Damon Hill. Sessantacinque anni portati benissimo, l’ex pilota della Williams e figlio del grande Graham, oggi fa l’ambassador della F1 e osserva con interesse il confronto che anima l’Italia fra Kimi Antonelli e la Rossa. «E pensare che io non volevo neanche fare il pilota. Sono cresciuto in un’epoca in cui la F1 era uno sport brutale, gli amici di papà morivano in pista. Da bambino giocavo a casa con Jim Clark. Ho cominciato a correre tardi, mi dicevano che ero troppo vecchio... alla fine ho vinto». Antonelli invece è nato con un volante in mano. «Già. È incredibile la sua capacità di imparare, ha vent’anni ed è alla sua seconda stagione in F1. Riesce ad adattarsi a qualsiasi situazione e a essere tranquillo. Sembra un “vecchio”». Che vuol dire? «Noi diciamo che è un uomo adulto con braccia giovani. È incredibilmente maturo, ha avuto la possibilità di correre da quando aveva cinque anni». Lo vede campione del mondo? «Certamente. Kimi ha qualcosa di speciale, un talento unico che ho visto soltanto in pochi. È uno di quei piloti generazionali tipo Verstappen». Perché? «Perché non riesce a dare il meglio soltanto in macchina, è il modo in cui sa stare al mondo e nel mondo della F1. È per come si relaziona con la squadra. È già forte e può soltanto migliorare». Se lo aspettava? «Devo ammettere di no, sono rimasto sorpreso. Non capivo, mi chiedevo: “Ma che succede a George (Russell, ndr)?”. Per me è un mistero, sembrava avere tutto sotto controllo ma poi Kimi ha cominciato non solo a vincere ma anche a superare tutte quelle prove di maturità che un pilota affronta per diventare grande. Penso che diversi altri piloti avrebbero problemi ad avere Kimi come compagno di squadra con il cervello e la velocità che ha». Crede che possa aprire un ciclo? «È nel posto giusto al momento giusto. Ma con le regole attuali la vedo dura che possa verificarsi un lungo dominio di un singolo pilota o costruttore». Kimi le ricorda qualcuno dei grandi del passato? «Ci penso da un po’. A volte è come una combinazione di Senna e Prost, veloce e molto lucido. Non è aggressivo come Max. Ma in realtà credo sia solo Kimi, un pilota unico». Hamilton, intanto, a 41 anni, crede ancora nel Mondiale. «Già, ma non ha più 25 anni. Però è ancora valido». Secondo lei chi è il migliore? «Verstappen, per lo spirito da combattente, perché è uno dei piloti più veloci che abbia mai visto insieme a Schumacher e Senna. Capaci di tirare fuori un risultato dal nulla». Lei ha avuto scontri pesanti con Schumacher. Che cosa rappresenta adesso nella sua vita Michael? «Per me è stato come una pietra affilata che mi ha consentito di diventare più duro, di tirare fuori il meglio. Era spietato come lo è adesso Max, come lo sono i grandissimi campioni. È la loro mentalità». Ha mai avuto rapporti «normali» con lui? «Mai avuto l’occasione se non come rivale. Però mi ricordo una volta, dopo il mio ritiro, avevano organizzato un’intervista. Mandarono Michael nei panni del giornalista e scoprii una persona completamente diversa: divertente, rilassata. In pista non c’era spazio per questo. Mi ha insegnato tanto, a spostare i limiti più in là. È già difficilissimo vincere un titolo, due. Lui è arrivato a sette: incredibile. Non era mai abbastanza».
Damon Hill: «Kimi un mix tra Prost e Senna, sarà campione ma il migliore è Verstappen»
La Ferrari celebra il 1996 con la livrea dedicata a Michael Schumacher , che in quell’anno vinse il Gp di casa. A conquistare il Mondiale fu invece Damon Hill. Sessantacinque anni portati benissimo, l’ex pilota della Williams e figlio del grande Graham, oggi fa l’ambassador della F1 e osserva con interesse il confronto che anima l’Italia fra Kimi Antonelli e la Rossa. «E pensare che io non volevo neanche fare il pilota. Sono cresciuto in un’epoca in cui la F1 era uno sport brutale, gli amici di papà morivano in pista. Da bambino giocavo a casa con Jim Clark. Ho cominciato a correre tardi, mi dicevano che ero troppo vecchio... alla fine ho vinto». Antonelli invece è nato con un volante in mano. «Già. È incredibile la sua capacità di imparare, ha vent’anni ed è alla sua seconda stagione in F1. Riesce ad adattarsi a qualsiasi situazione e a essere tranquillo. Sembra un “vecchio”». Che vuol dire? «Noi diciamo che è un uomo adulto con braccia giovani. È incredibilmente maturo, ha avuto la possibilità di correre da quando aveva cinque anni». Lo vede campione del mondo? «Certamente. Kimi ha qualcosa di speciale, un talento unico che ho visto soltanto in pochi. È uno di quei piloti generazionali tipo Verstappen». Perché? «Perché non riesce a dare il meglio soltanto in macchina, è il modo in cui sa stare al mondo e nel mondo della F1. È per come si relaziona con la squadra. È già forte e può soltanto migliorare». Se lo aspettava? «Devo ammettere di no, sono rimasto sorpreso. Non capivo, mi chiedevo: “Ma che succede a George (Russell, ndr)?”. Per me è un mistero, sembrava avere tutto sotto controllo ma poi Kimi ha cominciato non solo a vincere ma anche a superare tutte quelle prove di maturità che un pilota affronta per diventare grande. Penso che diversi altri piloti avrebbero problemi ad avere Kimi come compagno di squadra con il cervello e la velocità che ha». Crede che possa aprire un ciclo? «È nel posto giusto al momento giusto. Ma con le regole attuali la vedo dura che possa verificarsi un lungo dominio di un singolo pilota o costruttore». Kimi le ricorda qualcuno dei grandi del passato? «Ci penso da un po’. A volte è come una combinazione di Senna e Prost, veloce e molto lucido. Non è aggressivo come Max. Ma in realtà credo sia solo Kimi, un pilota unico». Hamilton, intanto, a 41 anni, crede ancora nel Mondiale. «Già, ma non ha più 25 anni. Però è ancora valido». Secondo lei chi è il migliore? «Verstappen, per lo spirito da combattente, perché è uno dei piloti più veloci che abbia mai visto insieme a Schumacher e Senna. Capaci di tirare fuori un risultato dal nulla». Lei ha avuto scontri pesanti con Schumacher. Che cosa rappresenta adesso nella sua vita Michael? «Per me è stato come una pietra affilata che mi ha consentito di diventare più duro, di tirare fuori il meglio. Era spietato come lo è adesso Max, come lo sono i grandissimi campioni. È la loro mentalità». Ha mai avuto rapporti «normali» con lui? «Mai avuto l’occasione se non come rivale. Però mi ricordo una volta, dopo il mio ritiro, avevano organizzato un’intervista. Mandarono Michael nei panni del giornalista e scoprii una persona completamente diversa: divertente, rilassata. In pista non c’era spazio per questo. Mi ha insegnato tanto, a spostare i limiti più in là. È già difficilissimo vincere un titolo, due. Lui è arrivato a sette: incredibile. Non era mai abbastanza».

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