Sempre più spesso, a causa della continua cementificazione che porta alla perdita del loro habitat, li troviamo non solo nei nostri giardini, ma anche ai bordi delle strade, mentre si spingono nei contesti urbani in cerca di cibo, riparo e anche di un partner. Quando attraversano la carreggiata e si accorgono del pericolo delle automobili, i ricci per istinto non scappano, ma si immobilizzano e si chiudono - come si dice - «a riccio», protetti dalle migliaia di aculei che coprono il loro corpo. Un comportamento che rende questi animali  estremamente vulnerabili (anche) al traffico stradale. Cosa fare in queste situazioni? E perché avere un’attenzione in più verso questi piccoli mammiferi notturni, dall'aspetto pacifico, che sono un prezioso alleato del nostro ecosistema? Attraverso questa guida, redatta con la consulenza scientifica di  Massimo Vacchetta , «il dottre dei ricci», veterinario responsabile del Centro Recupero Ricci “La Ninna” e autore di libri best-seller tra cui 25 grammi di felicità ( Sperling&Kupfer ) e 75 kg di felicità (Il Pennino editore) ,  vogliamo offrire alcuni consigli su come gestire un eventuale incontro.   Il riccio è un animale antichissimo, comparso sulla Terra milioni di anni fa, diffuso in gran parte dell’Europa e dell’Asia e in grado di attraversare epoche e cambiamenti grazie a una capacità di adattamento eccezionale. È un piccolo mammifero prevalentemente notturno e solitario, dotato di un olfatto e di un udito molto sviluppati. Si nutre soprattutto di insetti, larve, lombrichi, lumache e altri piccoli invertebrati e, proprio per questo, è un prezioso alleato naturale per orti, giardini e campagne. I suoi aculei rappresentano una formidabile difesa: quando percepisce un pericolo li rizza e si appallottola, proteggendo le parti più vulnerabili del corpo e trasformandosi quasi in una piccola fortezza.  In inverno va in letargo. Prima dell’arrivo del freddo prepara un nido ben protetto, spesso sotto un cespuglio, una siepe o tra la vegetazione, utilizzando foglie secche per creare un rifugio caldo e isolato. Durante il letargo la temperatura corporea si abbassa, il metabolismo rallenta profondamente e il riccio sopravvive grazie alle riserve di grasso accumulate nei mesi precedenti. Insomma, siamo di fronte a una specie discreta ed elusiva, che vive spesso accanto a noi senza farsi quasi notare e, forse, proprio questa sua invisibilità è particolarmente vulnerabile. La sua straordinaria strategia di difesa, così efficace contro i predatori naturali, diventa inutile di fronte alle automobili, ai decespugliatori e alle tante altre minacce create dall’uomo. La stagione riproduttiva si estende dalla primavera fino all’autunno e una femmina può avere anche due cucciolate, generalmente di quattro-sei piccoli. La mortalità giovanile è, però, molto elevata e spesso soltanto uno o due cuccioli riescono a raggiungere il primo anno di vita. Potenzialmente un riccio può vivere anche fino a una decina d’anni , ma oggi la sua vita media è molto più breve, circa due-tre anni, soprattutto a causa dei numerosi pericoli legati alle attività dell’uomo. In Italia non abbiamo ancora un censimento nazionale dei ricci e questo vuoto di dati non è rassicurante. I segnali che arrivano dai centri di recupero, dagli studi locali e dai monitoraggi europei, però, vanno tutti nella stessa direzione: il riccio sta diminuendo rapidamente. Non a caso, nel 2024 l'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura lo ha inserito nella Lista Rossa come «specie quasi minacciata». La popolazione è in stabile declino nei paesi in cui vive con una riduzione numerica fino al cinquanta per cento in soli dieci anni. Un dato particolarmente significativo arriva dal Regno Unito, dove i monitoraggi sono molto più strutturati. Una stima pubblicata dalla Mammal Society nel 2018 indicava una popolazione di circa 879mila ricci, a fronte di stime storiche che parlavano di decine di milioni di individui nel secolo scorso. I rapporti successivi hanno confermato un declino molto forte, soprattutto nelle campagne. È un segnale che dovrebbe farci riflettere anche in Italia: il riccio è ancora presente nei nostri giardini e nelle nostre campagne , ma non possiamo più considerarlo una presenza scontata. Se non interveniamo per proteggere gli habitat e ridurre le numerose minacce che incontra, rischiamo di assistere a una progressiva scomparsa della specie da molte aree del nostro territorio. Perché i ricci stanno trovando sempre meno facilmente, negli ambienti naturali e agricoli, ciò di cui hanno bisogno per vivere: cibo, acqua, vegetazione, rifugi e luoghi sicuri dove riprodursi e andare in letargo. L’urbanizzazione ha frammentato il territorio con strade, costruzioni e recinzioni, mentre l’agricoltura intensiva sempre più diffusa ha impoverito molti habitat e ridotto la disponibilità di insetti e altri invertebrati con l’uso sconsiderato di pesticidi ed erbicidi e la distruzione dei corridoio ecologici, costituiti da cespugli e piante. Anche il cambiamento climatico sta modificando i loro ritmi. Inverni più miti e irregolari possono alterare il letargo, causando risvegli precoci in un periodo con scarsità di cibo compromettendo il loro stato di nutrizione e il risveglio in primavera. Estati sempre più calde e siccitose rendono più difficile trovare acqua e cibo, causando molti decessi per choc, disidratazione, denutrizione e malattie connesse allo stato di indebolimento e immunodepressione In questo scenario i giardini, soprattutto quelli ricchi di siepi, cespugli, foglie, prati e piccoli rifugi, possono diventare delle vere oasi: ambienti in cui il riccio trova ancora insetti, acqua e protezione. Spesso i ricci sopravvivono perché condividono il cibo con i gatti che vivono presso le abitazioni. È però un paradosso: avvicinandosi alle nostre case il riccio può trovare un rifugio, ma entra anche in contatto con molti dei pericoli che oggi lo minacciano di più, dalle automobili ai decespugliatori, dai veleni alle piscine e alle reti delle recinzioni. Per questo i nostri giardini possono essere una salvezza oppure una trappola: dipende molto da come decidiamo di gestirli. Bisogna innanzitutto capire quando un riccio va recuperato e quando invece è meglio lasciarlo tranquillo. Il nostro consiglio è di intervenire sempre se troviamo un riccio all’aperto in pieno giorno, fermo, debilitato o che cammina barcollando. È infatti un animale prevalentemente notturno e, se sta bene, durante il giorno tende a rimanere nascosto nel nido, sotto cespugli, siepi o altra vegetazione, fino al tramonto. Anche di notte bisogna prestare molta attenzione ai ricci che troviamo sulla carreggiata. Se ne vediamo uno in mezzo alla strada è importante fermarsi, quando è possibile farlo in sicurezza, e soccorrerlo tempestivamente, perché potrebbe essere ferito o comunque rischiare di essere investito. Il suo istinto, davanti a un pericolo, è quello di appallottolarsi: una difesa perfetta contro molti predatori naturali, ma purtroppo inutile di fronte a un’automobile. Un riccio investito può presentare sangue sul muso o sul corpo e spesso non riesce più a chiudersi correttamente. Nel dubbio, un animale trovato sulla strada va portato il prima possibile a un Cras, un Centro recupero animali selvatici, oppure a una struttura specializzata come la nostra. La rapidità dell’intervento può fare la differenza tra la vita e la morte. Va sempre recuperato, di giorno o di notte, anche un riccio che non si chiude a palla quando ci avviciniamo, che zoppica, barcolla, gira in circolo, presenta ferite, è circondato da mosche e formiche o emana un odore di putrefazione, possibile segnale di una grave infezione o della presenza di tessuti necrotici. Assolutamente sì. In ottobre e novembre, un giovane riccio che pesa meno di circa 300-400 grammi può non avere accumulato riserve di grasso sufficienti per affrontare il letargo e superare l’inverno. Le nidiate tardive, favorite anche dall’alterazione delle stagioni legata al cambiamento climatico, rappresentano oggi un problema sempre più frequente. Senza un aiuto adeguato, per questi piccoli la mortalità può essere molto elevata, fino al novanta per cento. Quindi un riccio che pesa meno di 400 grammi in autunno inoltrato va sempre recuperato e portato ad un centro di recupero. La stessa indicazione vale anche per tutti gli esemplari che vengono trovati in giro in pieno inverno, di qualunque peso, a meno che non si tratti di animali regolarmente nutriti in giardino. Bisogna sempre muoversi con cautela soprattutto in silenzio per non spaventarli, munirsi di uno