Chiara Appendino, a Nova avete ribadito il no all’invio di armi in Ucraina. I critici, anche i riformisti del Pd, vi accusano di voler favorire Putin. «Basta con l’etichetta di “filoputiniani” come clava per nascondere la realtà: la politica guerrafondaia del duo von der Leyen-Meloni ha fallito, il conflitto è ancora lì e a gioire c’è solo chi fa affari con il riarmo e l’economia bellica. Nova ci ha dato un mandato chiarissimo: lo stop alle armi è un nostro caposaldo e non lo tradiremo». Il no al riarmo e all’invio di armi a Kiev sono paletti che vi dividono dal Pd. Troverete una sintesi? «Io sono fiduciosa: ci siamo riusciti su salario minimo e reddito di cittadinanza su cui all’inizio il Pd non era d’accordo, ci riusciremo anche sulle armi. I fatti ci danno ragione e la maggioranza degli italiani è con noi. Abbiamo già siglato mozioni unitarie in Parlamento per dire no al riarmo europeo e no al 5% delle spese Nato per difesa. Una sintesi con le altre forze progressiste è raggiungibile ma dobbiamo accelerare». Un anno fa criticava l’appiattimento sul Pd. Ora li sfiderete alle primarie? «Ho sempre difeso la nostra identità. Con Nova mi sento di nuovo a casa perché è riemerso il nostro spirito radicale e battagliero. Contro l’apatia, la risposta è lo spirito partecipativo delle primarie: l’alternativa non si decide scegliendo un papa straniero nel chiuso del palazzo. Il campo progressista deve ridare voce agli invisibili. Meloni colpevolizza i fragili, noi vogliamo che chi è stato dimenticato abbia possibilità di riscatto». E Renzi? «L’ho detto e lo ripeto: è una questione di matematica e di credibilità politica. Renzi non somma, sottrae. La favola del suo 2% decisivo è un inganno che gli stessi elettori progressisti rifiutano. Per vincere non serve lui, serve riportare alle urne chi ha perso la fiducia». Lei spesso segue le crisi aziendali: come intendete rilanciarvi con il mondo delle imprese? «Girando l’Italia da Nord a Sud, ai cancelli delle fabbriche vedo ciò che Meloni ignora: oggi piccoli imprenditori e lavoratori fanno la stessa battaglia. Il governo sta polverizzando il ceto medio e ha abbandonato chi lavora. Il popolo delle partite Iva è ormai il nuovo proletariato: a loro dobbiamo garantire vere tutele come malattia e maternità. Per le imprese servono poi due mosse immediate: tagliare le bollette tassando gli extraprofitti energetici e ripristinare Transizione 4.0.». Il M5S ha criticato il rapporto deficit/Pil al 3,1%. Il governo lamenta i costi del Superbonus. «Tagli a sanità e scuola, welfare fatto a pezzi, pressione fiscale al record del 43.1%, zero riforme, carovita alle stelle e nessuna visione industriale in 4 anni. E ancora scaricano tutto sul Superbonus? Basta: si prendano la responsabilità dei loro disastri. Dal pianto della Fornero al “rammarico” di Giorgetti per non essere usciti da infrazione europea, il copione non cambia: loro piangono lacrime di coccodrillo, gli italiani pagano il conto». Il governo ha tolto il bollo auto. «E contestualmente ha aumentato i ticket sanitari, scaricando sui cittadini 27 milioni di euro di costi in più per le prestazioni mediche, in un Paese in cui quasi 6 milioni di persone hanno già rinunciato a curarsi perché non possono permetterselo. Serve l’esatto contrario: far tornare la sanità un diritto di tutti e non un privilegio di pochi. Prima mandiamo a casa questo governo classista, prima possiamo cambiare rotta». A Torino l’alleanza con il Pd per le Comunali pare difficile. «Il punto è politico: serve discontinuità. In questi anni il M5S in Consiglio comunale ha chiesto un cambio di passo, dalla casa alle periferie all’ambiente al trasporto pubblico, che non è mai arrivato. È la condizione per costruire un progetto nuovo per Torino, in cui tutte le forze progressiste siano protagoniste». Grillo dice che il M5S dovrebbe cambiare nome e simbolo. «Beppe ha segnato un pezzo della storia politica di questo Paese e della mia. Per questo mi fa male vedere quella storia trasformata in una avvilente battaglia legale contro il M5S».
Chiara Appendino: «Con il Pd una sintesi si può trovare, ma il M5S non tradirà lo stop alle armi»
Chiara Appendino, a Nova avete ribadito il no all’invio di armi in Ucraina. I critici, anche i riformisti del Pd, vi accusano di voler favorire Putin. «Basta con l’etichetta di “filoputiniani” come clava per nascondere la realtà: la politica guerrafondaia del duo von der Leyen-Meloni ha fallito, il conflitto è ancora lì e a gioire c’è solo chi fa affari con il riarmo e l’economia bellica. Nova ci ha dato un mandato chiarissimo: lo stop alle armi è un nostro caposaldo e non lo tradiremo». Il no al riarmo e all’invio di armi a Kiev sono paletti che vi dividono dal Pd. Troverete una sintesi? «Io sono fiduciosa: ci siamo riusciti su salario minimo e reddito di cittadinanza su cui all’inizio il Pd non era d’accordo, ci riusciremo anche sulle armi. I fatti ci danno ragione e la maggioranza degli italiani è con noi. Abbiamo già siglato mozioni unitarie in Parlamento per dire no al riarmo europeo e no al 5% delle spese Nato per difesa. Una sintesi con le altre forze progressiste è raggiungibile ma dobbiamo accelerare». Un anno fa criticava l’appiattimento sul Pd. Ora li sfiderete alle primarie? «Ho sempre difeso la nostra identità. Con Nova mi sento di nuovo a casa perché è riemerso il nostro spirito radicale e battagliero. Contro l’apatia, la risposta è lo spirito partecipativo delle primarie: l’alternativa non si decide scegliendo un papa straniero nel chiuso del palazzo. Il campo progressista deve ridare voce agli invisibili. Meloni colpevolizza i fragili, noi vogliamo che chi è stato dimenticato abbia possibilità di riscatto». E Renzi? «L’ho detto e lo ripeto: è una questione di matematica e di credibilità politica. Renzi non somma, sottrae. La favola del suo 2% decisivo è un inganno che gli stessi elettori progressisti rifiutano. Per vincere non serve lui, serve riportare alle urne chi ha perso la fiducia». Lei spesso segue le crisi aziendali: come intendete rilanciarvi con il mondo delle imprese? «Girando l’Italia da Nord a Sud, ai cancelli delle fabbriche vedo ciò che Meloni ignora: oggi piccoli imprenditori e lavoratori fanno la stessa battaglia. Il governo sta polverizzando il ceto medio e ha abbandonato chi lavora. Il popolo delle partite Iva è ormai il nuovo proletariato: a loro dobbiamo garantire vere tutele come malattia e maternità. Per le imprese servono poi due mosse immediate: tagliare le bollette tassando gli extraprofitti energetici e ripristinare Transizione 4.0.». Il M5S ha criticato il rapporto deficit/Pil al 3,1%. Il governo lamenta i costi del Superbonus. «Tagli a sanità e scuola, welfare fatto a pezzi, pressione fiscale al record del 43.1%, zero riforme, carovita alle stelle e nessuna visione industriale in 4 anni. E ancora scaricano tutto sul Superbonus? Basta: si prendano la responsabilità dei loro disastri. Dal pianto della Fornero al “rammarico” di Giorgetti per non essere usciti da infrazione europea, il copione non cambia: loro piangono lacrime di coccodrillo, gli italiani pagano il conto». Il governo ha tolto il bollo auto. «E contestualmente ha aumentato i ticket sanitari, scaricando sui cittadini 27 milioni di euro di costi in più per le prestazioni mediche, in un Paese in cui quasi 6 milioni di persone hanno già rinunciato a curarsi perché non possono permetterselo. Serve l’esatto contrario: far tornare la sanità un diritto di tutti e non un privilegio di pochi. Prima mandiamo a casa questo governo classista, prima possiamo cambiare rotta». A Torino l’alleanza con il Pd per le Comunali pare difficile. «Il punto è politico: serve discontinuità. In questi anni il M5S in Consiglio comunale ha chiesto un cambio di passo, dalla casa alle periferie all’ambiente al trasporto pubblico, che non è mai arrivato. È la condizione per costruire un progetto nuovo per Torino, in cui tutte le forze progressiste siano protagoniste». Grillo dice che il M5S dovrebbe cambiare nome e simbolo. «Beppe ha segnato un pezzo della storia politica di questo Paese e della mia. Per questo mi fa male vedere quella storia trasformata in una avvilente battaglia legale contro il M5S».

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