È stata una di quelle sere nelle quali ciascuno ricorda dov’era e cosa stava facendo, quando venne a sapere che era accaduto l’impensabile: un autobus era precipitato dal cavalcavia superiore di Marghera, schiantandosi nella strada sottostante che costeggia i binari. Erano le 19,38 del 3 ottobre 2023. Il 3 ottobre 2026 ricorrono i tre anni dalla strage , 22 morti e 14 feriti, tutti turisti e la vicenda giudiziaria sulle responsabilità è alle battute finali. Con due inchieste. Il prossimo 7 ottobre davanti alla Giudice per l’Udienza Preliminare Benedetta Vitolo, i pubblici ministeri Laura Cameli e Giorgio Gava e gli avvocati difensori dei sette imputati presenteranno la richiesta di patteggiamento. Si tratta di pene tutte inferiori ai due anni per i reati di negligenza, imprudenza e imperizia nel garantire la sicurezza, omessi controlli, mancato rispetto delle direttive ministeriali sulla sorveglianza e la manutenzione di ponti e cavalcavia. Gli imputati sono direttori e dirigenti comunali che si occupavano delle manutenzioni al momento del fatto e negli anni precedenti: il direttore dei Lavori Pubblici Simone Agrondi, i funzionari addetti alla manutenzione Roberto Di Bussolo e Alberto Cesaro e poi Diego Costantini, Guido Andriolo Stagno, Franco Fiorin e Fabio Pascon. Il pool di legali che li rappresenta individualmente annovera tra gli altri Marco Vassallo, Paola Bosio, Giovanni Coli, Barbara De Biasi, Marcello Stivanello Gussoni, Allegra Stevanato. Le complesse indagini della Procura hanno individuato due ordini di cause per il disastro . La prima, la rottura dello sterzo dell’autobus elettrico della società La Linea che effettua il servizio di collegamento tra Venezia e Fusina: l’autista Alberto Rizzetto stava percorrendo il cavalcavia in discesa quando si trovò a gestire un mezzo che era all’improvviso diventato incontrollabile, non rispondeva ai comandi, non sterzava e andava dove voleva. La direzione di marcia del bus realizzato dalla cinese Youtong mirava verso il bordo sud della strada e l’autista rallentò al minimo la marcia, 5 chilometri l’ora, assecondò la direzione del mezzo appoggiandosi al guard rail nel tentativo di fermarne l’incedere. Il guard rail, e questo è il secondo motivo individuato dalla Procura, però aveva un varco di un paio di metri. In quel buco il bus incontrò il vuoto, vi si incuneò e cadde di sotto ribaltandosi. Famiglie spezzate, sotto le lenzuola bianche allineate sulla strada, figli neonati, adolescenti, amiche di università, mariti, fidanzate, trentenni, anziani, giovani. Quello del guard rail è l’ultimo miglio della tragedia, secondo la Procura, che ha indagato dirigenti dei lavori Pubblici del Comune che negli ultimi decenni non avevano ordinato lavori da 6-8mila euro per completare la barriera di sicurezza . Certo, il cavalcavia era da un decennio nei piani di messa in sicurezza con milioni di euro stanziati e spostati di anno in anno per rifare i pilastri, rafforzarli, rivedere le barriere che erano tutta una ruggine. Ma in attesa del maxi intervento, quei due metri di guard rail si sarebbero potuti fare senza tema di danno erariale, la tesi. La rottura dello sterzo, lo scoppio di una gomma, un motore che si fonde sono cose che accadono su strada e i guard rail servono appunto ad evitare il peggio. Su questo filone deciderà mercoledì prossimo la Gup Vitolo. Potrebbe riservarsi ed esprimersi tra qualche settimana. C’è un’altra inchiesta, sulla tragedia. È stata aperta dalla Procura Generale ed è alle battute finali. «Abbiamo effettuato in Italia tutti gli accertamenti – informa il Procuratore Generale Federico Prato – Stiamo approfondendo. Ci vorrà ancora un po’ per la chiusura delle indagini. Ma non molto tempo». Il perché sia stata aperta una inchiesta parallela lo si capirà al momento della chiusura. Uno dei passaggi delle conclusioni della perizia del consulente della procura Placido Migliorino recita: «Anche Anas e Cav avrebbero potuto intervenire in passato con urgenti interventi di riqualifica sulla rampa». Eventuali altre responsabilità sono il motivo per il quale il Comune di Venezia sta attendendo per mettere mano al portafogli. La società assicurativa Allianz de La Linea ha risarcito oltre 20 milioni di euro ai familiari delle vittime e chiede a Ca’ Farsetti di farsi avanti. Il Comune attende l’esito dell’inchiesta penale e l’individuazione di responsabilità ancora aperte (lo sterzo mal funzionante, ad esempio) in modo che sia stagliata anche la responsabilità civile.
Bus di Mestre, tre anni fa la strage con 22 morti e 14 feriti: a che punto è l'inchiesta bis. Patteggiamenti più vicini
È stata una di quelle sere nelle quali ciascuno ricorda dov’era e cosa stava facendo, quando venne a sapere che era accaduto l’impensabile: un autobus era precipitato dal cavalcavia superiore di Marghera, schiantandosi nella strada sottostante che costeggia i binari. Erano le 19,38 del 3 ottobre 2023. Il 3 ottobre 2026 ricorrono i tre anni dalla strage , 22 morti e 14 feriti, tutti turisti e la vicenda giudiziaria sulle responsabilità è alle battute finali. Con due inchieste. Il prossimo 7 ottobre davanti alla Giudice per l’Udienza Preliminare Benedetta Vitolo, i pubblici ministeri Laura Cameli e Giorgio Gava e gli avvocati difensori dei sette imputati presenteranno la richiesta di patteggiamento. Si tratta di pene tutte inferiori ai due anni per i reati di negligenza, imprudenza e imperizia nel garantire la sicurezza, omessi controlli, mancato rispetto delle direttive ministeriali sulla sorveglianza e la manutenzione di ponti e cavalcavia. Gli imputati sono direttori e dirigenti comunali che si occupavano delle manutenzioni al momento del fatto e negli anni precedenti: il direttore dei Lavori Pubblici Simone Agrondi, i funzionari addetti alla manutenzione Roberto Di Bussolo e Alberto Cesaro e poi Diego Costantini, Guido Andriolo Stagno, Franco Fiorin e Fabio Pascon. Il pool di legali che li rappresenta individualmente annovera tra gli altri Marco Vassallo, Paola Bosio, Giovanni Coli, Barbara De Biasi, Marcello Stivanello Gussoni, Allegra Stevanato. Le complesse indagini della Procura hanno individuato due ordini di cause per il disastro . La prima, la rottura dello sterzo dell’autobus elettrico della società La Linea che effettua il servizio di collegamento tra Venezia e Fusina: l’autista Alberto Rizzetto stava percorrendo il cavalcavia in discesa quando si trovò a gestire un mezzo che era all’improvviso diventato incontrollabile, non rispondeva ai comandi, non sterzava e andava dove voleva. La direzione di marcia del bus realizzato dalla cinese Youtong mirava verso il bordo sud della strada e l’autista rallentò al minimo la marcia, 5 chilometri l’ora, assecondò la direzione del mezzo appoggiandosi al guard rail nel tentativo di fermarne l’incedere. Il guard rail, e questo è il secondo motivo individuato dalla Procura, però aveva un varco di un paio di metri. In quel buco il bus incontrò il vuoto, vi si incuneò e cadde di sotto ribaltandosi. Famiglie spezzate, sotto le lenzuola bianche allineate sulla strada, figli neonati, adolescenti, amiche di università, mariti, fidanzate, trentenni, anziani, giovani. Quello del guard rail è l’ultimo miglio della tragedia, secondo la Procura, che ha indagato dirigenti dei lavori Pubblici del Comune che negli ultimi decenni non avevano ordinato lavori da 6-8mila euro per completare la barriera di sicurezza . Certo, il cavalcavia era da un decennio nei piani di messa in sicurezza con milioni di euro stanziati e spostati di anno in anno per rifare i pilastri, rafforzarli, rivedere le barriere che erano tutta una ruggine. Ma in attesa del maxi intervento, quei due metri di guard rail si sarebbero potuti fare senza tema di danno erariale, la tesi. La rottura dello sterzo, lo scoppio di una gomma, un motore che si fonde sono cose che accadono su strada e i guard rail servono appunto ad evitare il peggio. Su questo filone deciderà mercoledì prossimo la Gup Vitolo. Potrebbe riservarsi ed esprimersi tra qualche settimana. C’è un’altra inchiesta, sulla tragedia. È stata aperta dalla Procura Generale ed è alle battute finali. «Abbiamo effettuato in Italia tutti gli accertamenti – informa il Procuratore Generale Federico Prato – Stiamo approfondendo. Ci vorrà ancora un po’ per la chiusura delle indagini. Ma non molto tempo». Il perché sia stata aperta una inchiesta parallela lo si capirà al momento della chiusura. Uno dei passaggi delle conclusioni della perizia del consulente della procura Placido Migliorino recita: «Anche Anas e Cav avrebbero potuto intervenire in passato con urgenti interventi di riqualifica sulla rampa». Eventuali altre responsabilità sono il motivo per il quale il Comune di Venezia sta attendendo per mettere mano al portafogli. La società assicurativa Allianz de La Linea ha risarcito oltre 20 milioni di euro ai familiari delle vittime e chiede a Ca’ Farsetti di farsi avanti. Il Comune attende l’esito dell’inchiesta penale e l’individuazione di responsabilità ancora aperte (lo sterzo mal funzionante, ad esempio) in modo che sia stagliata anche la responsabilità civile.

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