Dieci anni fa, il liceo classico Berchet fu uno tra i primi a Milano a decidere di inserire un potenziamento Cambridge nella sua offerta. Ovvero, l’insegnamento di alcune materie, latino e matematica, non più solo in italiano, ma in parte anche in inglese , nonché quello dell’inglese nella forma di «English as a Second Language». «La proposta fu subito accolta con entusiasmo e partimmo con due sezioni con questo potenziamento. Negli anni siamo saliti anche a 4, per poi tornare a 2-3 a seconda degli anni» ricorda Susanna Polesello, docente d’inglese e responsabile dell’indirizzo Cambridge. Mercoledì sera il liceo ha festeggiato i primi dieci anni del progetto, nonché il riconoscimento di Cambridge International per i risultati eccellenti degli studenti - 600 dall'introduzione a oggi -, superiori del doppio rispetto alla media italiana di molti punti percentuale. Il progetto Cambridge proseguirà al Berchet e sarà anche potenziato. «Oggi abbiamo 3 potenziamenti in totale, oltre all’indirizzo il liceo classico tradizionale, ma il nostro focus è proprio sull’internazionalizzazione. Le opportunità che si aprono per i nostri studenti sia nel mondo dell’università che del lavoro sia in Italia che all’estero sono molteplici» aggiunge la dirigente scolastica Clara Atorino.  Durante la serata, gli alunni di quinta hanno dialogato con Beppe Severgnini, giornalista e scrittore , grande esperto del mondo anglosassone, dei suoi pregi e delle sue bizzarrie (che ha raccontato nei suoi libri). « Un buon inglese è inutile - ha detto agli studenti - Deve essere eccellente. Tutto ciò che fai professionalmente devi saperlo fare sia in italiano che in inglese. Io non ho nessun retroterra britannico nella mia famiglia: sono figlio di due persone nate nella provincia di Crema. Eppure quello che so scrivere e che so dire in pubblico in italiano lo so fare anche in inglese con questo effetto. Passare agilmente da una lingua all’altra, è questo a cui dovete aspirare».  E ha citato l'esempio di  Marco Liviero, un professore originario di Padova, che insegna da molti anni lingua e letteratura inglese al college di Eton. Tra i suoi allievi il principe George , il figlio di Kate e William, erede al trono inglese. Una studentessa, Elisabetta, chiede se non ci sia bisogno di imparare almeno un’altra lingua. «Il mondo è troppo veloce e competitivo. C’è chi ha un talento naturale nelle lingue e allora può aggiungere lo studio di una o più, ma all’inizio bisogna lavorare sull’inglese e renderlo eccellente: l’uomo ha cercato per secoli una lingua comune, ma non è riuscito a trovarla, se non nell’inglese, parlato da quelle che erano le superpotenze tra il 19mo e il 20 secolo, ovvero Stati Uniti e Gran Bretagna», ha sottolineato il giornalista. «Questi potenziamenti alle scuole superiori - ha aggiunto Severgnini a margine - sono uno tra i tanti strumenti che i ragazzi di oggi hanno a disposizione: penso alle serie tv che puoi vedere in lingua originale , ad esempio. Esperienze come queste sono preziose e quando vado nelle scuole e incontro i ragazzi mi torna una vaga fiducia nel mio Paese che mi passa altrove». A Milano, oggi, sentir parlare inglese è sempre più diffuso. « La conoscenza dell’inglese a Milano tra i teenager è migliorata molto , perché i ragazzi lo parlano e lo usano quotidianamente, ma su questo bisogna costruire e non impigrirsi.  Ma c’è anche un’altra generazione che parla una sorta di “italiese ”, pieno di termini come cash, trend, goal…». E qui ricorda la sua esperienza alla Bocconi: «A inizio Duemila tenevo un corso di scrittura in lingua italiana e in aula ho messo un cestino: chi usava una parola inglese inutile doveva versare un euro. C’era chi ne versava subito 10 dicendo "io non ce la faccio”. Ecco, proviamo invece ad avere più consapevolezza e a evitare una parola inglese scegliendo quella italiana corrispondente».