Si è uccisa a 35 anni Denise Cosco, figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo , calabrese. La notizia è stata anticipata da Avvenire. La mamma aveva la stessa età quando fu assassinata per mano della `ndrangheta e del marito Carlo Cosco , affiliato. Lea Garofalo è stata uno dei simboli della ribellione alle mafie. Secondo quanto si è appreso, il dramma si sarebbe consumato domenica 6 settembre. La donna si è gettata da una finestra di un palazzo a Roma ed è morta quattro giorni dopo il ricovero in ospedale. In Corte d'Assise nel 2011, a 19 anni, col volto schermato da un paravento, Denise raccontò di sua madre: «Soffriva, non poteva lavorare. Vedeva che le sue dichiarazioni non avevano portato a niente. Non si sentiva tutelata». E della decisione, dopo la sparizione, di restare con il padre: «Non avevo scelta, lui è mio padre. Non volevo fare la stessa fine di mia madre . Avevo capito, ma a mio padre non l'ho fatto capire. Sono stata un anno con loro, ho giocato con i loro figli, pur sapendo che avevano ucciso mia madre». Denise era uscita dal programma di protezione nel 2018. Aveva vissuto sotto tutela, con una nuova identità e in una località segreta, lei assieme al figlio piccolo, che oggi ha quasi quattro anni, sempre stata sostenuta da don Luigi Ciotti, dall’associazione Libera e dal Servizio Centrale di Protezione. Lea Garofalo era nata a Petilia Policastro, provincia di Crotone , nel 1974. Nel 2002 fu sottoposta a protezione dopo che diventò una testimone di giustizia , raccontando le faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno, Carlo Cosco. Partendo da queste rivelazioni il 7 maggio 1996, le forze dell'ordine arrestarono a Milano Floriano Garofalo, fratello di Lea, boss di Petilia, che fu poi assassinato in un agguato nel 2005. Nel 2009 l'uscita dal programma di protezione e il trasferimento prima a Petilia Policastro e poi a Campobasso. In quell'anno la donna riuscì a sfuggire a un primo agguato . Nel novembre del 2009, invece, Cosco riuscì a portare a compimento il suo piano, attirando l'ex compagna a Milano con la scusa di parlare del futuro della loro figlia, Denise, per poi ucciderla e farla sparire. La donna fu rapita e consegnata a Vito e Giuseppe Cosco: la torturarono lungamente per estorcerle confessioni e infine la uccisero, strangolata. Il corpo venne smembrato e bruciato in un barile, i resti ritrovati in un capannone nella frazione di San Fruttuoso, Monza, nel 2012. Luogo che indicò alle forze dell'ordine Carmine Venturino, ex fidanzato della figlia di Lea, tra gli imputati per l'omicidio e poi diventato collaboratore di giustizia. Per il delitto, al termine di lungo processo concluso a marzo 2012, sono state condannate all’ergastolo – con sentenze confermate in appello, nel 2013 e in Cassazione nel 2014 – vari appartenenti al clan Cosco, tra questi l’ex marito di Garofalo , riconosciuto come mandante dell’omicidio. La confessione dell’assassino è arrivata in aula all’apertura del processo d’appello: «Io adoro mia figlia, merito il suo odio perché ho ucciso sua madre », ha detto Carlo Cosco. In occasione del funerale, celebrato in forma pubblica nel 2013, Denise scrisse di sua madre: «Ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione. Il suo funerale pubblico è un segno di vicinanza non solo a lei, ma a tutte le donne e gli uomini che hanno rischiato e continuano a mettersi in gioco per la propria dignità e per la giustizia di tutti». Chi la conosceva la descrive come una donna « profondamente sofferente , spaccata dal suo passato», impegnata in infiniti tentativi, mai riusciti, di ricucire le ferite di una madre uccisa e di un padre finito in galera dopo che lei stessa aveva testimoniato al processo. Dopo la fine del programma di protezione Denise si era trasferita , con il compagno e il loro bambino, ad Ariccia , paese vicino a Roma. Anche grazie al supporto del programma, lavorava in un ministero nella Capitale. Luigi Ciotti , presidente di Libera e Gruppo Abele, ricorda così: «Oggi è morta una giovane donna coraggiosa e sofferente. Il coraggio e la sofferenza hanno rappresentato i due estremi dentro ai quali si è mossa l'intera vita di Denise, i due piani della bilancia che a lungo ha provato, con tutte le sue forze, a tenere in equilibrio. Oggi però qualcosa, in quel fragilissimo equilibrio, si è spezzato per sempre. Qualcosa si è spezzato dentro la sua anima inquieta e sensibile ». «E qualcosa si sta spezzando anche dentro di noi - osserva ancora Luigi Ciotti - Nel restare fedele al percorso di riscatto iniziato da Lea, la sua adorata mamma, Denise ha dovuto vivere per anni nascosta, senza però mai rassegnarsi davvero, perché il suo sogno era sentirsi finalmente libera e autonoma. Proprio come Lea, Denise aveva infatti una grande sete di vita, di libertà e di amore». «Vogliamo adesso immaginarla riunita in un grande abbraccio con la sua mamma. Vorremmo dirle "Scusa! Perdonaci per non essere riusciti a tenerti qui con noi", ma anche "Grazie del tempo che abbiamo passato insieme. Non giudichiamo la sua storia, non innalziamola e non compatiamola. Lei non lo vorrebbe. Denise, resterai per sempre dentro al nostro cuore e al nostro impegno», conclude don Ciotti. Articolo in aggiornamento...
È morta Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo: si è tolta la vita a 35 anni. La madre aveva la stessa età quando fu uccisa dalla 'ndrangheta
Si è uccisa a 35 anni Denise Cosco, figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo , calabrese. La notizia è stata anticipata da Avvenire. La mamma aveva la stessa età quando fu assassinata per mano della `ndrangheta e del marito Carlo Cosco , affiliato. Lea Garofalo è stata uno dei simboli della ribellione alle mafie. Secondo quanto si è appreso, il dramma si sarebbe consumato domenica 6 settembre. La donna si è gettata da una finestra di un palazzo a Roma ed è morta quattro giorni dopo il ricovero in ospedale. In Corte d'Assise nel 2011, a 19 anni, col volto schermato da un paravento, Denise raccontò di sua madre: «Soffriva, non poteva lavorare. Vedeva che le sue dichiarazioni non avevano portato a niente. Non si sentiva tutelata». E della decisione, dopo la sparizione, di restare con il padre: «Non avevo scelta, lui è mio padre. Non volevo fare la stessa fine di mia madre . Avevo capito, ma a mio padre non l'ho fatto capire. Sono stata un anno con loro, ho giocato con i loro figli, pur sapendo che avevano ucciso mia madre». Denise era uscita dal programma di protezione nel 2018. Aveva vissuto sotto tutela, con una nuova identità e in una località segreta, lei assieme al figlio piccolo, che oggi ha quasi quattro anni, sempre stata sostenuta da don Luigi Ciotti, dall’associazione Libera e dal Servizio Centrale di Protezione. Lea Garofalo era nata a Petilia Policastro, provincia di Crotone , nel 1974. Nel 2002 fu sottoposta a protezione dopo che diventò una testimone di giustizia , raccontando le faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno, Carlo Cosco. Partendo da queste rivelazioni il 7 maggio 1996, le forze dell'ordine arrestarono a Milano Floriano Garofalo, fratello di Lea, boss di Petilia, che fu poi assassinato in un agguato nel 2005. Nel 2009 l'uscita dal programma di protezione e il trasferimento prima a Petilia Policastro e poi a Campobasso. In quell'anno la donna riuscì a sfuggire a un primo agguato . Nel novembre del 2009, invece, Cosco riuscì a portare a compimento il suo piano, attirando l'ex compagna a Milano con la scusa di parlare del futuro della loro figlia, Denise, per poi ucciderla e farla sparire. La donna fu rapita e consegnata a Vito e Giuseppe Cosco: la torturarono lungamente per estorcerle confessioni e infine la uccisero, strangolata. Il corpo venne smembrato e bruciato in un barile, i resti ritrovati in un capannone nella frazione di San Fruttuoso, Monza, nel 2012. Luogo che indicò alle forze dell'ordine Carmine Venturino, ex fidanzato della figlia di Lea, tra gli imputati per l'omicidio e poi diventato collaboratore di giustizia. Per il delitto, al termine di lungo processo concluso a marzo 2012, sono state condannate all’ergastolo – con sentenze confermate in appello, nel 2013 e in Cassazione nel 2014 – vari appartenenti al clan Cosco, tra questi l’ex marito di Garofalo , riconosciuto come mandante dell’omicidio. La confessione dell’assassino è arrivata in aula all’apertura del processo d’appello: «Io adoro mia figlia, merito il suo odio perché ho ucciso sua madre », ha detto Carlo Cosco. In occasione del funerale, celebrato in forma pubblica nel 2013, Denise scrisse di sua madre: «Ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione. Il suo funerale pubblico è un segno di vicinanza non solo a lei, ma a tutte le donne e gli uomini che hanno rischiato e continuano a mettersi in gioco per la propria dignità e per la giustizia di tutti». Chi la conosceva la descrive come una donna « profondamente sofferente , spaccata dal suo passato», impegnata in infiniti tentativi, mai riusciti, di ricucire le ferite di una madre uccisa e di un padre finito in galera dopo che lei stessa aveva testimoniato al processo. Dopo la fine del programma di protezione Denise si era trasferita , con il compagno e il loro bambino, ad Ariccia , paese vicino a Roma. Anche grazie al supporto del programma, lavorava in un ministero nella Capitale. Luigi Ciotti , presidente di Libera e Gruppo Abele, ricorda così: «Oggi è morta una giovane donna coraggiosa e sofferente. Il coraggio e la sofferenza hanno rappresentato i due estremi dentro ai quali si è mossa l'intera vita di Denise, i due piani della bilancia che a lungo ha provato, con tutte le sue forze, a tenere in equilibrio. Oggi però qualcosa, in quel fragilissimo equilibrio, si è spezzato per sempre. Qualcosa si è spezzato dentro la sua anima inquieta e sensibile ». «E qualcosa si sta spezzando anche dentro di noi - osserva ancora Luigi Ciotti - Nel restare fedele al percorso di riscatto iniziato da Lea, la sua adorata mamma, Denise ha dovuto vivere per anni nascosta, senza però mai rassegnarsi davvero, perché il suo sogno era sentirsi finalmente libera e autonoma. Proprio come Lea, Denise aveva infatti una grande sete di vita, di libertà e di amore». «Vogliamo adesso immaginarla riunita in un grande abbraccio con la sua mamma. Vorremmo dirle "Scusa! Perdonaci per non essere riusciti a tenerti qui con noi", ma anche "Grazie del tempo che abbiamo passato insieme. Non giudichiamo la sua storia, non innalziamola e non compatiamola. Lei non lo vorrebbe. Denise, resterai per sempre dentro al nostro cuore e al nostro impegno», conclude don Ciotti. Articolo in aggiornamento...

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