La Tigre Arka n aveva ancora gli artigli sporchi di sangue. S’aggirava fra i quattrocento musulmani appena massacrati a Bijelijna – l’inizio della pulizia etnica in Bosnia e della peggiore guerra nei Balcani – e quasi non ci credeva nemmeno lui: Zeljko Raznatovic Arkan, l’ex rapinatore di banche ora a guardia del governo serbo , l’ex capo degli ultrà della Stella Rossa ora generale delle Tigri paramilitari, neppure lui si rendeva conto d’essere diventato in quel momento il Cavaliere Nero della Causa , il campione degli occhi cavati ai vivi e delle bambine stuprate davanti alle madri. Arkan era lì, fra la Sava e la Drina , stravolto dalla fatica d’ammazzare e stordito da tanta gloria. Parlava coi giornalisti. E di colpo se la vide davanti: alta, lo sguardo iceberg, un trench beige, i capelli raccolti in un foulard da sessantenne un po’ fuorimoda. «Sembrava una professoressa», dirà la Tigre. E infatti: Biljana Plavsic, biologa di professione , ultranazionalista per passione, pasionaria della Stella Rossa, era venuta apposta ad affondare i tacchi nel fango e a incontrare lui. E dirgli quanto lo amasse. E davanti alle telecamere, baciarlo. Perché «io bacio solo gli eroi», la pubblica dichiarazione di Biljana, «e quando ho visto che cos’hai fatto a Bijeljina, mi son detta: finalmente un vero eroe serbo!». Gli eroi son tutti vecchi e morti. Quasi tutti. Poche settimane dopo Ratko Mladic, il Macellaio di Srebrenica , ecco andarsene a 96 anni pure la Plavsic, la Dottor Morte di Belgrado. Occhi di ghiaccio e cuore anche peggio. Una che «se solo ti guarda, ti prendi una polmonite», disse di lei il diplomatico americano Richard Holbrooke. «La Mengele», come la chiamava la moglie del presidente serbo Slobo Milosevic, Mira, che di criminali se ne intendeva. La professoressa Biljana è serenamente spirata nel suo letto, dove - al contrario di Milosevic e Mladic morti in una cella olandese, a differenza del leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic tutt’ora vivo in una galera inglese - dormiva indisturbata dopo avere scontato la lieve condanna inflitta dal Tribunale dell’Aia . La Storia s’è ormai dimenticata di lei, ma la nomenklatura balcanica no: scarcerata e rimpatriata nel 2009 con un jet privato messo a disposizione dal governo serbo , amante del lusso e frequentatrice assidua del miglior ristorante di carne di Belgrado, Vuk, la Plavsic aveva mantenuto il suo appartamento nel centro della capitale senz’aver maturato alcun pentimento nel cuore. Privilegiata fino all’ultimo: quando si prese il Covid, e in tutti i Balcani si moriva perché negli ospedali non si trovava un posto, a lei fu riservata una camera privata nella più costosa delle cliniche . I musulmani , non è che li odiasse. Proprio non li considerava. Studi all’ Università di Sarajevo , specialistica in botanica alla Cornell di New York e in virologia vegetale tra Londra, Praga e Bari , aveva pubblicato oltre cento studi accademici e sulla base dei suoi esperimenti sui virus delle piante aveva iniettato, nel suo radicalismo nazionalistico , una sorta di darwinismo etnico nazistoide, che la portava a sostenere la superiorità della razza serba e l’ inferiorità genetica degl’islamici bosniaci. Così argomentando: «Io sono una biologa, so di che cosa parlo. Le specie che s’adattano meglio e sopravvivono, in natura, sono quelle che vivono vicino ad altre specie infestanti. Noi serbi siamo i più forti di tutti, perché cresciuti in mezzo alle peggiori erbacce». Teneva sempre in borsetta una Glock semiautomatica calibro 9 : una volta squillò ai controlli del Palazzo di Vetro, a New York , e lei si rifiutò di consegnarla alla sicurezza, «siamo nati per difenderci ovunque». Assieme a Milosevic , che frequentava quotidianamente nella casa di Dedinje, assieme a Karadzic «che è praticamente mio fratello», teorizzava la necessità dei massacri : «Ripulire completamente la Bosnia dai musulmani, è un fenomeno perfettamente naturale, anche se l’Occidente definisce tutto questo ‘pulizia etnica’ e lo considera una sorta di crimine di guerra». Diventò leader dei serbi di Bosnia , dopo l’arresto di Karadzic e prima dell’ipernazionalista Milorad Dodik (che ora reclama per lei funerali di Stato, com’è accaduto per Mladic) e Pale fu a lungo il suo Fort Apache, da dove sparava frasi che trent’anni dopo riecheggiano anche fra i nuovi nazi europei: «Ci difendiamo come dai pellerossa: i musulmani bosniaci sono serbi deviati geneticamente dall’Islam, generazione dopo generazione. Non è più possibile ragionare con questa gente». Col collega Marzio G. Mian , per scrivere “Maledetta Sarajevo”, un giorno andammo a parlare di lei e del suo giro d’amici dal poeta serbo Marko Vesovic, che l’aveva conosciuta bene: «Se a spingere Karadzic verso la guerra fratricida fu la moglie – ci spiegò Vesovic -, di sicuro a trasformarlo in carnefice fu quella psicopatica della Plavsic. Fu lei, a ispirargli l’idea di traslocare gran parte dei musulmani di Sarajevo in un quartiere periferico già sovraffollato. Diceva: loro vivono così, uno in cima all’altro, a loro piace perché è la loro cultura, mentre noi serbi abbiamo invece bisogno di spazio, molto spazio...». I carristi serbo-bosniaci la chiamavano “Biba” e l’adoravano: «Biba, guidaci alla vittoria!». «E’ la più pazza di tutti», raccontava lo scrittore americano David Rieff: «Durante l’assedio di Sarajevo, quando gli animali nello zoo morivano di fame, la signora Plavsic diceva che i musulmani li stavano cibando coi neonati serbi». A Belgrado raccontavano anche barzellette: «C’è la Plavsic che scala l’Everest con sei serbi e sei non serbi. Raggiungono tutti la cima e lei tira fuori la pistola e uccide i serbi. I non serbi chiedono perché. E lei risponde: perché sono serbi, e ovunque ci sia un serbo morto, quello è territorio serbo. Così, ora, l’Everest è la montagna più alta della Grande Serbia!». Karadzic a volte le sembrava troppo compiacente e all’esterrefatto ex presidente americano Jimmy Carter , arrivato a Pale per mediare la pace, una volta disse: «Ascolti, signor Carter, per raggiungere il nostro obbiettivo, noi siamo pronti a sacrificare anche sei milioni di serbi». Poi la guerra finisce. La sbornia passa. Il sangue si ferma. E la Plavsic fiuta l’aria. Facendo la più formidabile delle capriole. Sente che l’arresteranno. E di colpo comincia ad accusare Karadzic e gli altri d’avere accumulato ricchezze. Negozia gli accordi di Dayton , chiede protezione ai nemici europei, stringe un rapporto di ferro con Madeleine Albright, che addirittura la definisce «quasi un’amica» e va all’Aia, quando Biljana viene arrestata nel 2001, a deporre in suo favore: «Non è un angelo – garantisce l’ex segretaria di Stato americana -, ma ha il talento per diventarlo». Accusata di genocidio , nove capi d’imputazione, nove possibili ergastoli, la Plavsic è la sola donna fra 151 imputati serbi . Ma non si sottrae, anzi: si dichiara colpevole e addirittura pentita. Piange in aula. Scarica i complici. Unica serba a farlo, accusa pubblicamente Milosevic d’avere pianificato un genocidio dei musulmani. Ammette gli errori: «I nostri leader hanno generato terrore e raccontato menzogne, per convincere la nostra gente che il mondo era contro di noi». Il pubblico accusatore chiede 25 anni, considerando che l’imputata ne ha già 70 e che probabilmente c’è stata una trattativa per quest’abiura clamorosa. La corte ne infligge undici e poi riduce la pena solo a sei anni : da scontare in un carcere femminile svedese che le garantisce pure la sauna, il parrucchiere e il centro massaggi. E’ il premio del tradimento. O dell’aiuto concesso all’Occidente, quando gli accordi di Dayton stavano fallendo e la sua retromarcia, invece, aveva fatto avanzare la pace. Ma come salvare la faccia davanti ai serbi? Quando esce di prigione, e teme che a Belgrado qualcuno gliela faccia pagare, la pasionaria ha già fatto i suoi calcoli. E preparato l’ennesima giravolta. Convoca un giornalista svedese e si rimangia tutto: ma quale pentimento, macché lacrime, dice all’amato popolo, le sue erano tutte scene per evitare il peggio! «L’ho fatto solo per respingere le accuse più pesanti: non avevo altro modo per provare la mia innocenza...». In Serbia fingono di crederle: non i vecchi compagni di merende&sangue, ma i loro eredi tipo Aleksandar Vucic che si stanno ripulendo agli occhi della comunità internazionale e però devono tenersi buona la piazza nazionalista, riaccogliendo come un’eroina «la donna che ha ingannato i giudici dell’Aia». Biljana capisce di stare su un fi
È morta Biljana Plavsic, la «Mengele dei Balcani». Prima teorizzò i massacri di bosniaci, poi ingannò i giudici de L'Aja
La Tigre Arka n aveva ancora gli artigli sporchi di sangue. S’aggirava fra i quattrocento musulmani appena massacrati a Bijelijna – l’inizio della pulizia etnica in Bosnia e della peggiore guerra nei Balcani – e quasi non ci credeva nemmeno lui: Zeljko Raznatovic Arkan, l’ex rapinatore di banche ora a guardia del governo serbo , l’ex capo degli ultrà della Stella Rossa ora generale delle Tigri paramilitari, neppure lui si rendeva conto d’essere diventato in quel momento il Cavaliere Nero della Causa , il campione degli occhi cavati ai vivi e delle bambine stuprate davanti alle madri. Arkan era lì, fra la Sava e la Drina , stravolto dalla fatica d’ammazzare e stordito da tanta gloria. Parlava coi giornalisti. E di colpo se la vide davanti: alta, lo sguardo iceberg, un trench beige, i capelli raccolti in un foulard da sessantenne un po’ fuorimoda. «Sembrava una professoressa», dirà la Tigre. E infatti: Biljana Plavsic, biologa di professione , ultranazionalista per passione, pasionaria della Stella Rossa, era venuta apposta ad affondare i tacchi nel fango e a incontrare lui. E dirgli quanto lo amasse. E davanti alle telecamere, baciarlo. Perché «io bacio solo gli eroi», la pubblica dichiarazione di Biljana, «e quando ho visto che cos’hai fatto a Bijeljina, mi son detta: finalmente un vero eroe serbo!». Gli eroi son tutti vecchi e morti. Quasi tutti. Poche settimane dopo Ratko Mladic, il Macellaio di Srebrenica , ecco andarsene a 96 anni pure la Plavsic, la Dottor Morte di Belgrado. Occhi di ghiaccio e cuore anche peggio. Una che «se solo ti guarda, ti prendi una polmonite», disse di lei il diplomatico americano Richard Holbrooke. «La Mengele», come la chiamava la moglie del presidente serbo Slobo Milosevic, Mira, che di criminali se ne intendeva. La professoressa Biljana è serenamente spirata nel suo letto, dove - al contrario di Milosevic e Mladic morti in una cella olandese, a differenza del leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic tutt’ora vivo in una galera inglese - dormiva indisturbata dopo avere scontato la lieve condanna inflitta dal Tribunale dell’Aia . La Storia s’è ormai dimenticata di lei, ma la nomenklatura balcanica no: scarcerata e rimpatriata nel 2009 con un jet privato messo a disposizione dal governo serbo , amante del lusso e frequentatrice assidua del miglior ristorante di carne di Belgrado, Vuk, la Plavsic aveva mantenuto il suo appartamento nel centro della capitale senz’aver maturato alcun pentimento nel cuore. Privilegiata fino all’ultimo: quando si prese il Covid, e in tutti i Balcani si moriva perché negli ospedali non si trovava un posto, a lei fu riservata una camera privata nella più costosa delle cliniche . I musulmani , non è che li odiasse. Proprio non li considerava. Studi all’ Università di Sarajevo , specialistica in botanica alla Cornell di New York e in virologia vegetale tra Londra, Praga e Bari , aveva pubblicato oltre cento studi accademici e sulla base dei suoi esperimenti sui virus delle piante aveva iniettato, nel suo radicalismo nazionalistico , una sorta di darwinismo etnico nazistoide, che la portava a sostenere la superiorità della razza serba e l’ inferiorità genetica degl’islamici bosniaci. Così argomentando: «Io sono una biologa, so di che cosa parlo. Le specie che s’adattano meglio e sopravvivono, in natura, sono quelle che vivono vicino ad altre specie infestanti. Noi serbi siamo i più forti di tutti, perché cresciuti in mezzo alle peggiori erbacce». Teneva sempre in borsetta una Glock semiautomatica calibro 9 : una volta squillò ai controlli del Palazzo di Vetro, a New York , e lei si rifiutò di consegnarla alla sicurezza, «siamo nati per difenderci ovunque». Assieme a Milosevic , che frequentava quotidianamente nella casa di Dedinje, assieme a Karadzic «che è praticamente mio fratello», teorizzava la necessità dei massacri : «Ripulire completamente la Bosnia dai musulmani, è un fenomeno perfettamente naturale, anche se l’Occidente definisce tutto questo ‘pulizia etnica’ e lo considera una sorta di crimine di guerra». Diventò leader dei serbi di Bosnia , dopo l’arresto di Karadzic e prima dell’ipernazionalista Milorad Dodik (che ora reclama per lei funerali di Stato, com’è accaduto per Mladic) e Pale fu a lungo il suo Fort Apache, da dove sparava frasi che trent’anni dopo riecheggiano anche fra i nuovi nazi europei: «Ci difendiamo come dai pellerossa: i musulmani bosniaci sono serbi deviati geneticamente dall’Islam, generazione dopo generazione. Non è più possibile ragionare con questa gente». Col collega Marzio G. Mian , per scrivere “Maledetta Sarajevo”, un giorno andammo a parlare di lei e del suo giro d’amici dal poeta serbo Marko Vesovic, che l’aveva conosciuta bene: «Se a spingere Karadzic verso la guerra fratricida fu la moglie – ci spiegò Vesovic -, di sicuro a trasformarlo in carnefice fu quella psicopatica della Plavsic. Fu lei, a ispirargli l’idea di traslocare gran parte dei musulmani di Sarajevo in un quartiere periferico già sovraffollato. Diceva: loro vivono così, uno in cima all’altro, a loro piace perché è la loro cultura, mentre noi serbi abbiamo invece bisogno di spazio, molto spazio...». I carristi serbo-bosniaci la chiamavano “Biba” e l’adoravano: «Biba, guidaci alla vittoria!». «E’ la più pazza di tutti», raccontava lo scrittore americano David Rieff: «Durante l’assedio di Sarajevo, quando gli animali nello zoo morivano di fame, la signora Plavsic diceva che i musulmani li stavano cibando coi neonati serbi». A Belgrado raccontavano anche barzellette: «C’è la Plavsic che scala l’Everest con sei serbi e sei non serbi. Raggiungono tutti la cima e lei tira fuori la pistola e uccide i serbi. I non serbi chiedono perché. E lei risponde: perché sono serbi, e ovunque ci sia un serbo morto, quello è territorio serbo. Così, ora, l’Everest è la montagna più alta della Grande Serbia!». Karadzic a volte le sembrava troppo compiacente e all’esterrefatto ex presidente americano Jimmy Carter , arrivato a Pale per mediare la pace, una volta disse: «Ascolti, signor Carter, per raggiungere il nostro obbiettivo, noi siamo pronti a sacrificare anche sei milioni di serbi». Poi la guerra finisce. La sbornia passa. Il sangue si ferma. E la Plavsic fiuta l’aria. Facendo la più formidabile delle capriole. Sente che l’arresteranno. E di colpo comincia ad accusare Karadzic e gli altri d’avere accumulato ricchezze. Negozia gli accordi di Dayton , chiede protezione ai nemici europei, stringe un rapporto di ferro con Madeleine Albright, che addirittura la definisce «quasi un’amica» e va all’Aia, quando Biljana viene arrestata nel 2001, a deporre in suo favore: «Non è un angelo – garantisce l’ex segretaria di Stato americana -, ma ha il talento per diventarlo». Accusata di genocidio , nove capi d’imputazione, nove possibili ergastoli, la Plavsic è la sola donna fra 151 imputati serbi . Ma non si sottrae, anzi: si dichiara colpevole e addirittura pentita. Piange in aula. Scarica i complici. Unica serba a farlo, accusa pubblicamente Milosevic d’avere pianificato un genocidio dei musulmani. Ammette gli errori: «I nostri leader hanno generato terrore e raccontato menzogne, per convincere la nostra gente che il mondo era contro di noi». Il pubblico accusatore chiede 25 anni, considerando che l’imputata ne ha già 70 e che probabilmente c’è stata una trattativa per quest’abiura clamorosa. La corte ne infligge undici e poi riduce la pena solo a sei anni : da scontare in un carcere femminile svedese che le garantisce pure la sauna, il parrucchiere e il centro massaggi. E’ il premio del tradimento. O dell’aiuto concesso all’Occidente, quando gli accordi di Dayton stavano fallendo e la sua retromarcia, invece, aveva fatto avanzare la pace. Ma come salvare la faccia davanti ai serbi? Quando esce di prigione, e teme che a Belgrado qualcuno gliela faccia pagare, la pasionaria ha già fatto i suoi calcoli. E preparato l’ennesima giravolta. Convoca un giornalista svedese e si rimangia tutto: ma quale pentimento, macché lacrime, dice all’amato popolo, le sue erano tutte scene per evitare il peggio! «L’ho fatto solo per respingere le accuse più pesanti: non avevo altro modo per provare la mia innocenza...». In Serbia fingono di crederle: non i vecchi compagni di merende&sangue, ma i loro eredi tipo Aleksandar Vucic che si stanno ripulendo agli occhi della comunità internazionale e però devono tenersi buona la piazza nazionalista, riaccogliendo come un’eroina «la donna che ha ingannato i giudici dell’Aia». Biljana capisce di stare su un fi

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