«Finché arrivo là quello è morto… buttatelo da qualche parte». Quello «da buttare» era un bracciante straniero , caduto da una scala mentre raccoglieva agrumi senza un regolare contratto. È uno degli episodi finiti nelle intercettazioni dell’ inchiesta «Terra di Confine» sul caporalato nelle campagne tra Taranto e Matera , che ieri ha portato agli arresti domiciliari sei persone, tra cui un carabiniere in congedo. Coinvolge complessivamente 19 indagati. A vario titolo sono contestati l’associazione per delinquere finalizzata al caporalato, l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro, oltre a corruzione, falso e truffa. L’indagine, condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo e coordinata dal pm Remo Epifani della Procura di Taranto, ha ricostruito un presunto sistema che avrebbe gestito reclutamento, alloggio e trasporto nei campi di braccianti stranieri. Alcuni lavoratori africani hanno raccontato di essere passati dalla Libia, dove sarebbero stati privati della libertà e sottoposti a violenze, prima di attraversare il Mediterraneo su imbarcazioni precarie. In Italia alcuni braccianti sarebbero stati sistemati in seminterrati sovraffollati, altri in prefabbricati di lamiera. Le paghe sarebbero state inferiori a quelle previste dai contratti, con orari gravosi. C’è chi, per i ritardi nei pagamenti, avrebbe raccontato di non riuscire neppure a far mangiare i propri figli. Altri avrebbero lavorato senza contratto o adeguate tutele sulla sicurezza. Ai domiciliari sono finiti Vincenzo Donno, 75 anni, indicato come «promotore ed organizzatore dell’associazione» , e Otilia Gradinaru, 36, ritenuta sua persona di fiducia . Donno avrebbe gestito il reclutamento dei braccianti, la loro sistemazione nel complesso di Lama di Pozzo, nell’agro di Ginosa, e il trasporto nei campi. Gradinaru avrebbe tenuto la contabilità delle ore lavorate, preparato le buste con le paghe e impartito disposizioni agli autisti. La misura riguarda anche gli imprenditori agricoli Mario e Giuseppe Di Palma , entrambi coinvolti nella contestazione per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Nell’azienda di Mario lavorava il bracciante ferito nella caduta dalla scala che, secondo gli accertamenti riportati nell’ordinanza, risultava assunto soltanto dopo l’infortunio; a Giuseppe viene contestato anche di aver imposto ai lavoratori di acquistare a proprie spese gli impermeabili per lavorare sotto la pioggia, prospettando in caso contrario il licenziamento. Ai domiciliari anche Giovanni Mazzotta, imprenditore agricolo del Materano , al quale vengono contestate condizioni di lavoro definite nell’ordinanza «massacranti», anche nei confronti di braccianti stanchi o indisposti. Il sesto destinatario è Alessandro Lorusso, appuntato dei carabinieri all’epoca dei fatti : secondo l’accusa, avrebbe fornito a Donno informazioni sui controlli delle forze dell’ordine. L’inchiesta era partita nel luglio 2023. Il gip ha disposto anche sequestri di immobili, terreni, furgoni e attività imprenditoriali per un valore complessivo superiore a un milione di euro.
«È ferito? Buttatelo»: la frase choc sui braccianti. Nel blitz anti caporalato sei arresti: tra loro un ex carabiniere
«Finché arrivo là quello è morto… buttatelo da qualche parte». Quello «da buttare» era un bracciante straniero , caduto da una scala mentre raccoglieva agrumi senza un regolare contratto. È uno degli episodi finiti nelle intercettazioni dell’ inchiesta «Terra di Confine» sul caporalato nelle campagne tra Taranto e Matera , che ieri ha portato agli arresti domiciliari sei persone, tra cui un carabiniere in congedo. Coinvolge complessivamente 19 indagati. A vario titolo sono contestati l’associazione per delinquere finalizzata al caporalato, l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro, oltre a corruzione, falso e truffa. L’indagine, condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo e coordinata dal pm Remo Epifani della Procura di Taranto, ha ricostruito un presunto sistema che avrebbe gestito reclutamento, alloggio e trasporto nei campi di braccianti stranieri. Alcuni lavoratori africani hanno raccontato di essere passati dalla Libia, dove sarebbero stati privati della libertà e sottoposti a violenze, prima di attraversare il Mediterraneo su imbarcazioni precarie. In Italia alcuni braccianti sarebbero stati sistemati in seminterrati sovraffollati, altri in prefabbricati di lamiera. Le paghe sarebbero state inferiori a quelle previste dai contratti, con orari gravosi. C’è chi, per i ritardi nei pagamenti, avrebbe raccontato di non riuscire neppure a far mangiare i propri figli. Altri avrebbero lavorato senza contratto o adeguate tutele sulla sicurezza. Ai domiciliari sono finiti Vincenzo Donno, 75 anni, indicato come «promotore ed organizzatore dell’associazione» , e Otilia Gradinaru, 36, ritenuta sua persona di fiducia . Donno avrebbe gestito il reclutamento dei braccianti, la loro sistemazione nel complesso di Lama di Pozzo, nell’agro di Ginosa, e il trasporto nei campi. Gradinaru avrebbe tenuto la contabilità delle ore lavorate, preparato le buste con le paghe e impartito disposizioni agli autisti. La misura riguarda anche gli imprenditori agricoli Mario e Giuseppe Di Palma , entrambi coinvolti nella contestazione per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Nell’azienda di Mario lavorava il bracciante ferito nella caduta dalla scala che, secondo gli accertamenti riportati nell’ordinanza, risultava assunto soltanto dopo l’infortunio; a Giuseppe viene contestato anche di aver imposto ai lavoratori di acquistare a proprie spese gli impermeabili per lavorare sotto la pioggia, prospettando in caso contrario il licenziamento. Ai domiciliari anche Giovanni Mazzotta, imprenditore agricolo del Materano , al quale vengono contestate condizioni di lavoro definite nell’ordinanza «massacranti», anche nei confronti di braccianti stanchi o indisposti. Il sesto destinatario è Alessandro Lorusso, appuntato dei carabinieri all’epoca dei fatti : secondo l’accusa, avrebbe fornito a Donno informazioni sui controlli delle forze dell’ordine. L’inchiesta era partita nel luglio 2023. Il gip ha disposto anche sequestri di immobili, terreni, furgoni e attività imprenditoriali per un valore complessivo superiore a un milione di euro.

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